|
IL “MIO”
PROGRAMMA ELETTORALE
Mi è stato chiesto in questi
giorni da qualcuno quale fosse il “mio” programma elettorale,
quasi che presentarsi come indipendenti volesse dire avere la
responsabilità di costruire per proprio conto tutto un
programma complessivo. Allora provo a chiarire come la penso,
in proposito, nel modo più sintetico possibile.
In politica il compito della
sintesi e del “programma”, che io preferisco chiamare
progetto, spetta evidentemente alle istanze collettive. I
movimenti per quanto riguarda l’espressione di una
progettualità specifica ed in qualche modo i partiti per una
dimensione più generale; a questo in particolare servono o
dovrebbero servire i partiti, che potrebbero raccogliere e
gestire quel che dai diversi settori della società civile
cresce in una prospettiva più complessa. La crisi della
forma-partito, a mio parere di fatto piuttosto avanzata,
deriva anche dalla difficoltà ad operare questa sorte di
sintesi progettuale in una dinamica sociale sempre più
complessa. La nascita del “movimento dei movimenti” non è
certo casuale ma esprime mi sembra in modo evidente l’esigenza
di sviluppare una dimensione più ampia in cui collocare
l’espressione di diverse forme di soggettività.
Rifondazione Comunista ha cercato
di colloquiare negli anni più recenti con queste nuove forme
di espressione politica; questo la distingue dalle altre
formazioni politiche della sinistra, in cui certo ci sono
persone che lo hanno fatto ma non si è mai messa minimamente
in discussione la dimensione della forma-partito. Per me
questo rappresenta l’elemento di maggior interesse di questa
formazione politica, perché è importante per i movimenti che
vogliano incidere nella realtà trovare dei referenti politici
per mediare il rapporto con il piano istituzionale. In questo
periodo la mia impressione è per certi aspetti di una sorte di
“ripiegamento” verso la forma-partito, che necessariamente
pone qualche ostacolo all’osmosi coi movimenti, necessaria per
rendere respirabile l’aria di quella politica che rischia
d’essere mefitica se resta nel chiuso dei palazzi. Per questo
quando qualcuno mi ha chiesto se io sia legato alla mozione
due piuttosto che alla quattro o alla uno ho provato un certo
senso d’estraneità: massimo rispetto per questo dibattito, ma
ho l’impressione che si svolga in una dimensione un po’
autoreferenziale e non sia collegato a processi sociali anche
esterni al partito.
Con tutto ciò evidentemente non
disconosco la funzione di un partito come luogo di confronto
politico ed elaborazione progettuale. R.C. esprime posizioni
quasi sempre da me largamente condivise e se ad un programma
generale ci si deve rifare evidentemente mi rifaccio al suo,
visto che ho accettato la proposta di candidatura che mi è
stata fatta in questa lista. Quello che io rivendico, e che
ritengo e spero sia del tutto coerente con questo programma, è
un metodo di relazione con le dinamiche sociali che mette al
primo posto l’attenzione verso i movimenti, verso quelle forme
che sostengono che “un altro mondo è possibile(e necessario)”.
Credo che così si applichi anche nel modo più corretto la
concezione marxiana del comunismo come quel ”movimento che
tende a trasformare lo stato presente delle cose”,
pesantemente smentita dallo statalismo staliniano. Penso sia
importante che il confronto con questi movimenti costituisca
ovunque possibile una pratica costante per un partito che si
vuole espressione di questo processo. Nella pratica di
movimento gay ho avuto occasione di conoscere, insieme a tante
compagne e compagni, una persona che dentro le istituzioni mi
sembra mettesse in pratica questa logica: Mario Contu,
purtroppo recentemente scomparso. Mentre discutevamo in
consiglio comunale su come sviluppare la proposta di istituire
un registro cittadino delle coppie di fatto, il costante
rapporto di confronto con i gruppi gay lesbici era davvero
mantenuto, anche grazie al suo impegno. Mi sembra un bell’esempio.
<<<
vai alla home page |