Gigi Malaroda

 candidato indipendente nelle liste del

Partito della Rifondazione Comunista

Elezioni Regionali Piemonte - Circoscrizione Provincia di Torino

 

 

PERCHE’ MI CANDIDO 

 

Non sono mai stato particolarmente affascinato dalla “politica dei partiti”, (pur stimando molte e molti che hanno fatto questa scelta e condividendo con loro alcuni percorsi). Ho sempre preferito una politica che si confronta anche con le istituzioni, ma dall’esterno, trovando le sue radici in un humus sociale e culturale che esprime il bisogno di trasformazione. Per questo la stagione del “movimento dei movimenti” ha aperto in me, come in molti/e altri/e, nuove prospettive, con la forza di  ribadire che “un altro mondo è possibile”. Ma questo movimento, nonostante la ricca articolazione dell’associazionismo sociale,politico e culturale di base, del volontariato con la sua fitta rete, presente a Torino forse con particolare forza, non trova una sua diretta ed autonoma espressione in forme politiche, come potrebbe essere per esempio con una lista elettorale comune, faticosa da costruire e probabilmente estranea all’interesse di molte/i.

Quando mi è stato proposto di candidarmi alle elezioni regionali d’inizio aprile nella circoscrizione di Torino e provincia, come indipendente con Rifondazione Comunista, ho riflettuto su tutto ciò e sul fatto che in questi tempi bigi, in cui politica ancora più di sempre rischia di apparire come una declinazione di “affari”, è forse ancora più urgente sperimentare la “contaminazione” ed ho deciso di accettare. Evidentemente non è casuale o indifferente la lista in cui mi collocherò: personalmente ho apprezzato la disponibilità reale di questo partito a mettersi in gioco in rapporto ai movimenti ed ad offrire una sponda politica con cui potersi costantemente confrontare, anche criticamente.

Cosa mi aspetto? Al di là del mio risultato personale – ovviamente non così rilevante – sono certo che ciò che riuscirà a raccogliere la sinistra istituzionale, che davvero poco fa per meritarsi un riconoscimento dal proprio elettorato, è assai al di sotto del suo potenziale. Ma, se è vero che non sono i risultati elettorali in sé a determinare gli equilibri politici e sociali, sappiamo quanto vengano usati per giustificare l’inamovibilità del reale. Credo comunque che anche una scadenza elettorale, spendendovi l’energia della volontà collettiva e della creatività, possa essere usata come occasione per riprendere insieme almeno alcuni fili delle nostre vite, come certo vogliamo fare anche nella quotidianità. I temi sui quali intendo impegnarmi in questo senso sono prioritariamente quelli da cui parte la mia esperienza personale e “militante” (termine che mi piace sempre meno, per la sua natura guerrafondaia…ne esistono di migliori o dovremmo inventarli?). Non perché disconosca altri aspetti, ma perché credo che “partire da sé” sia sempre un valido ed attuale insegnamento del femminismo, anche per quanto riguarda la pratica politica. Per questo NON mi candido assolutamente a “RAPPRESENTARE” nessuno ed alcunché, MA ad ESPRIMERE una pratica politica.

Da decenni faccio parte del movimento che un tempo si chiamava gay, ma che ora si è arricchito di altri “petali arcobaleno” e si definisce glbtq: gay, lesbico, bisessuale, transessuale/transgender e queer. Da questa pratica credo di aver capito alcune cose che ritengo fondamentali: 1) la soggettività non è affatto un principio che possiamo regalare all’individualismo borghese, possiamo invece farne un motivo di ricchezza e pluralità, imparando a valorizzare la differenza; 2) le tematiche dei “diritti” - per esempio il riconoscimento delle coppie di fatto e una legislazione contro la discriminazione, ma anche il ribaltamento di un obbrobrio legislativo come quello messo in atto sulla fecondazione assistita e la difesa della 194, sottoposta a continui attacchi - non esauriscono certo i bisogni e la progettualità, ma sono un importante punto di forza, su cui è necessario raggiungere nella società la massima unità possibile; 3) la laicità è un obbiettivo primario della società italiana, largamente scavalcata da quella spagnola, che era considerata la zavorra bigotta del continente, e per questo ragionare in termini glocal vuol dire affermare iniziative sul proprio territorio ma anche porsi in un’ottica europea per molti versi, mondialista per altri. In campo regionale può sembrare che le competenze siano irrilevanti, ma non è così, se si osserva la profonda irritazione con cui è stato boicottato dal governo Berlusconi lo statuto della Regione Toscana. In questo movimento credo vadano valorizzati non solo gli aspetti specifici, di “rivendicazione di diritti”, ma anche quelli di portata più generale, come l’opposizione a ogni forma di razzismo e di pregiudizio, di discriminazione e violenza (e quindi alla guerra come strumento di dominio) ed invece la piena affermazione del valore delle differenze, la multiculturalità e la partecipazione attiva.

Il mio mestiere d’insegnante, che svolgo con piacere e passione, mi mette quotidianamente a contatto con una dimensione in cui la privatizzazione (cui purtroppo spesso il centro-sinistra ha spalancato le porte) dei servizi, anche in un campo essenziale come quello dell’istruzione, avanza a passi da gigante, stritolando energie creative, sperimentazioni, intelligenze e bisogni che vengono sacrificati al dio mercato. Anche la mia esperienza nel sindacalismo di base e come delegato sindacale costantemente me ne fa sperimentare le conseguenze: la vasta opposizione che suscita, ma anche la difficoltà a darle sbocchi adeguati. In questo campo la competenza regionale è rilevante, perché alle malefatte del ministro Moratti si sono aggiunte quelle del governo locale, con buoni-scuola che sanciscono un finanziamento tutto indirizzato alle scuole private, mentre mancano fondi per le esigenze di base della scuola pubblica; la stessa regionalizzazione della formazione professionale – percorso da contrastare in modo fermo per gli enormi rischi che comporta - assegna a livello locale competenze sempre maggiori.

Su questi temi si possono organizzare iniziative per definire insieme ad altri un “programma per l’alternativa” ( e non per l’alternanza), costringere a prendere posizione almeno le forze di quel centro sinistra che sembra così spaventato di andare al governo che fa di tutto per lasciarci Berlusconi, ma non ci dà certo garanzie di rispondere ai nostri bisogni. Io metto a disposizione la mia candidatura. Tu ci stai?

 

Gigi MALARODA                    

 

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ultimo aggiornamento

11/03/2005