Analisi Psicologica


AUTISMO: LA TERAPIA CON IL GENITORE OMOLOGO
L'AZIONE TERAPEUTICA DEL GENITORE OMOLOGO
NEL TRATTAMENTO DI UN FIGLIO AUTISTICO:
COME SI ASSUME IN CARICO LA SITUAZIONE,
COME SI IMPOSTA IL TRATTAMENTO
E SU QUALI PARAMETRI SI BASA LA SUA DURATA

di Maria Casiraghi e Giovanni Ponzoni
ricercatori presso il CIRSOPE,
Centro Italiano di Ricerca Scientifica
Operativa nella Psicanaslisi e nell'Educazione, di Milano

1. PREMESSA

Quando c'è un figlio problematico in famiglia i genitori, com'è ovvio, tendono a ricorrere agli esperti per risolvere il problema che avvertono nel figlio.

Ma le difficoltà sono molte e, prima fra tutte, quella data dal sentimento di impotenza ad affrontare la situazione, che -come vedremo- trasmette loro il figlio stesso.

Parliamo di psicosi, di una malattia spesso mascherata dietro una apparente normalità, se non quando gli effetti sono così evidenti che non possono più essere giustificati. Ma anche quando i genitori riescono a rivolgersi a un esperto, l'intervento il più delle volte si scontra con gli effetti esterni della psicosi. Per esempio se ne fa una questione di apprendimento, o di aggressività, o di difficoltà di socializzazione. Sono solo effetti molto lontani dalla vera origine della malattia.

Giungere alla base del problema è infatti ben altra cosa. Occorre arrivare al blocco delle emozioni, rimuovere quell'anestesia del sentimento che il soggetto, in un determinato momento della sua vita ha messo in atto per difesa, quando cioè in circostanze per lui troppo dolorose e prolungate, rispetto alla sua capacità di sopportazione, ha rinunciato a utilizzare la sua sensibilità emotiva.

Ecco perché sono particolarmente rischiose le vicende avvenute durante i primi anni, addirittura i primi mesi di vita, quando il dolore emotivo è percepito praticamente senza filtri. La conseguenza è una visione della realtà su basi prevalentemente razionali, prive di un sufficiente apporto emotivo.

Quello che abbiamo sperimentato, e sperimentiamo ogni giorno, è la capacità che solo i genitori hanno di aggredire la malattia, nel senso che soltanto essi, e in modo specifico il genitore omologo, possono intervenire per risolvere il problema alla base, là dove la malattia ha raggelato, utilizzando il canale emotivo che lega ogni figlio al suo genitore omologo.

Solo il genitore dello stesso sesso, colui che (in quanto il più simile a lui, con lui ha stabilito fin dall'origine il più grande rapporto d'amore possibile) può risvegliare la sensibilità emotiva nella personalità del figlio e riportarvi l'equilibrio fra la parte razionale e la parte affettiva. La malattia mentale o, come ormai più correttamente si dice, il disturbo della personalità è infatti provocato dal ritiro del soggetto dalla sensibilità affettiva. Diventa una persona mutilata, che deve sopperire alla mutilazione con le sole facoltà razionali, spesso geniali, mai però sufficienti a garantire una vita equilibrata.

2. COME SI ASSUME IN CARICO LA SITUAZIONE

Quando una coppia di genitori arriva a noi chiedendoci di intervenire è mossa da tutta una serie di comportamenti del figlio, non solo allarmanti ma anche di difficile gestione. In genere ha già effettuato i soliti tentativi di tipo didattico e psicoterapeutico, motivati all'inizio dallo scarso rendimento scolastico, da una diagnosi di ritardo mentale o dalle difficoltà di socializzazione segnalate dagli insegnanti.

Parla di circostanze del tipo: oggi ha acquisito un concetto e domani lo ha già perso; oppure: in vacanza ha dovuto reimparare le tabelline con noi perché le aveva dimenticate; ora le sa, ma per quanto se le ricorderà? O ancora: non ricorda i nomi; a casa sa la lezione, poi a scuola prende un brutto voto; non riesce a parlare durante le interrogazioni, è bloccato. Per molti bambini sembra infatti che la caratteristica principale sia la difficoltà ad apprendere, ma non dovuta a carenze di capacità razionali, bensì alla difficoltà di concentrazione, di comunicazione, di conservazione della memoria.

D'altra parte queste sono caratteristiche proprie della malattia. In assenza di investimento emotivo tutto sfuma, c'è un'oggettiva fatica a fare esperienza, quindi ad imparare. Talvolta la scuola cerca di sopperire affiancando al ragazzo un insegnante apposito, quello chiamato di "sostegno". Spesso, soprattutto se manca degli strumenti necessari per incidere sulle vere cause, mantiene il senso di incapacità e squalifica del ragazzo.

Il disagio del figlio viene particolarmente evidenziato in occasione dell'inserimento nel sistema scolastico. Man mano, si aggiungono diagnosi e interventi terapeutici di vario tipo. Diventa costante la necessità del "sostegno". In altri casi a tutto ciò si aggancia, o si sostituisce, un comportamento aggressivo in casa o a scuola. Talvolta infatti anche se a scuola il rendimento è buono, mediamente, raccontano di episodi di violenza nei confronti dei genitori, aggressioni anche con oggetti, violenza sugli oggetti e su persone, in particolar modo su qualche fratello, o sorella, o verso i compagni di scuola e persino contro gli insegnanti.

Basta una contrarietà o il mancato rispetto accidentale di qualche suo rigido rituale di comportamento, per scatenare una furia violenta. Non si attiene alle regole sociali e scolastiche, ovvero, all'opposto, subisce punizioni o iniziative degli insegnanti da lui ritenute degradanti, senza comunicarlo ai genitori, salvo poi scaricare la rabbia in famiglia con azioni del tutto immotivate.

Il filo conduttore di un simile modo di agire è il senso di incapacità e di impotenza ad affrontare, utilizzando la sola facoltà razionale, il mondo circostante con tutti i problemi anche emotivi che comporta. Questo viene molto ben evidenziato dal rifiuto, specie del contatto fisico, con il genitore omologo, e dalla necessità di schematizzare razionalmente all'inverosimile il proprio comportamento.

Il suo isolamento emotivo, è percepito dal genitore come rifiuto della propria persona da parte del figlio. Il genitore ha la sensazione che la comunicazione non passi, che ci sia un muro fra sè e il figlio. Dice: "Non saluta, non si lascia abbracciare, non dà confidenza, non chiede mai"; "Vive in un mondo tutto suo". "Ci chiediamo: ci vuole bene o non sa nemmeno che ci siamo?"

In alcuni casi questo si traduce in un isolamento fisico dagli altri. Ma anche succede il contrario: spesso i bambini, le bambine psicotici hanno molti "amici" (tra virgolette), sembrano molto socievoli, in quanto il distacco emotivo può essere molto ben mascherato agli altri. Nel primo caso il ragazzo mette una barriera fatta di musica, di televisione, di libri, di indifferenza, di comportamenti rigidi e ripetitivi, rispetto ai fatti che succedono, persino alle sensazioni fisiche, come la temperatura ambientale. In lui l'anestesia si esprime in una forma di impassibilità, di non partecipazione agli eventi circostanti.

Nel secondo caso, sotto un'apparente normalità, c'è una pericolosa incapacità a valutare il rischio, un atteggiamento di incoscienza che sembra una sfida continua alla morte, e sovente all'origine di incidenti anche gravi. Qui l'anestesia è manifestata dalla perdita di quei segnalatori del limite, del pericolo, tipici della componente emotiva. L'area affettiva viene a trovarsi come atrofizzata, facendo mancare perfino la percezione dei rischi che corre la stessa propria vita.

Del resto l'amore fa desiderare di vivere, e non solo mette in evidenza ciò che eventualmente può minacciare la propria esistenza, ma conserva la memoria di informazioni e di esperienze sui possibili rischi, cui attingere allorché situazioni simili si presentano. Tipico è l'atteggiamento verso i principi dell'igiene. Ogni bambino impara presto che tenersi pulito è importante per mantenersi in buona salute.

Negli psicotici si passa da una indifferenza pressocché totale per la pulizia - e infatti sono spesso bisognosi di un buon bagno - alla cura maniacale della propria persona secondo un rituale ripetitivo (salvo poi bere o mangiare con la massima indifferenza la prima cosa che capita, indipendentemente dalle sue condizioni igieniche).

Quando viene meno il sentimento dell'amore, inoltre, anche l'interesse per la vita si riduce. Ma che fine ha fatto il sentimento nello psicotico? Anche se anestetizzato e quindi represso, il mondo emotivo dello psicotico esiste. Egli infatti è come se lo collocasse fuori di sè, e quindi ne sembra privo. Ma in realtà c'è, anche se messo in prigione perché disturba troppo, tanto è vero che si manifesta anche proprio come "voci" che arrivano "da fuori". Che cosa c'è nei sentimenti imprigionati dalla anestesia emotiva?

Prima di tutto l'amore, un amore sconfinato per il genitore, e paura, ma paura di che cosa? Paura di averlo perso irrimediabilmente. Quindi c'è amore, c'è paura di aver perso per sempre il genitore, pertanto c'è quel sentimento che definiamo efficacemente quando diciamo "che ci sembra che il mondo ci stia crollando addosso".

E' sì panico per la perdita considerata irreparabile, ma anche dolore, un dolore immenso, inconsolabile, incontenibile, un dolore tanto più grande quanto grande è l'amore per il genitore che si teme di aver perso. Quindi l'anestesia serve, perché si teme di morire di quel dolore. Ma con l'instaurarsi dell'anestesia, il bambino si rende conto anche del danno che provoca a se stesso.

Da qui nasce un sentimento di colpa altrettanto insopportabile, perché è colpa per essersi deprivato di ciò che dà senso alla vita, che è la ragione stessa della vita.

Dunque nella prigione dell'anestesia troviamo: amore, paura di perdita, dolore smisurato e colpa altrettanto smisurata. Ecco dove s'incontra l'ostacolo maggiore al recupero di una persona psicotica: la difficoltà nasce dalle conseguenze che si avrebbero rimuovendo l'anestesia del sentimento.

Per questo invitiamo i colleghi a non provare nemmeno a togliere l'anestesia (ammesso che ci riescano: infatti è impossibile, ma il tentativo di farlo è, come si comprende, piuttosto controindicato, per le reazioni di panico che produce).

Chi può intervenire senza produrre danni? L'unica persona ammessa nella "prigione dell'anestesia" è il genitore omologo, colui con il quale ognuno di noi sperimenta il suo primo, grande, indimenticabile amore. Ma come agisce il suo intervento? Non certo togliendo la capacità di anestesia, ma risvegliando la capacità d'amore.

Sembra una contraddizione, ma in realtà con il genitore omologo lo psicotico realizza proprio questo: riesce a essere con lui in un rapporto d'amore, quindi a manifestare la propria affettività, senza per questo rinunciare all'anestesia del sentimento che lo protegge dalla sofferenza emotiva. Infatti soltanto nel rapporto primario egli può ritrovarsi nella situazione protetta dei primi giorni di vita, e quindi può recuperare la dimensione affettive "all'interno" di uno spazio noto, in cui non ci sono rischi.

Il recupero avviene tuttavia tanto più lentamente, quanto più è diventata cronica la sua patologia. Egli infatti manifesta il suo rifiuto anche, e soprattutto, nei confronti del genitore omologo poiché sa bene come solo con lui può aprirsi la porta dell'affettività, e con essa quella della sensibilità alla sofferenza. E' un rifiuto molto particolare, poiché rivela tutta la sua immensa richiesta d'amore, il suo bisogno di essere amato che nello psicotico assume la dimensione di una voragine.

Proprio per questa sua caratteristica di pozzo senza fondo, ha un po' dell'orrido, sui cui bordi si prova una vera e propria vertigine di attrazione e repulsione (vedansi i fiumi di inchiostro scritti sull' "amore e odio"), e quindi è comprensibile che lo psicotico reprima tutto ciò, lo censuri pesantemente.

Ma quanto maggiori sono il rifiuto, la censura, la repressione, tanto più grande è l'amore che deve essere rifiutato, censurato, represso, poiché matrice di una proporzionale sensibilità emotiva al dolore che, nella fattispecie, si riassume nella paura di vedere venir meno il rapporto in cui quell'immenso amore medesimo è stato sperimentato per la prima volta, vale a dire il rapporto d'amore con il genitore omologo. Tutti questi contenuti patologici passano, per induzione, ai genitori (e non solo: ma qui ci occupiamo soprattutto di genitori), i quali, specie quello di sesso opposto, li "agiscono". Il genitore altro finisce così per comportarsi come se nutrisse egli amore e odio verso il proprio coniuge (il genitore omologo) al posto del figlio disturbato.

Diventa chiaro ora il motivo per cui ogni situazione viene da noi assunta in carico sempre e solo attraverso i genitori. Essi soli hanno intanto la capacità di guarire il figlio disturbato, e inoltre, attraverso il genitore "altro", arrivano tutte le informazioni indispensabili sul figlio disturbato, attraverso i contenuti da quello "agiti" al posto del figlio stesso, in modo alquanto più esplicito di come potrebbe il figlio disturbato medesimo.

Con la coppia dei genitori si fanno una serie di incontri preliminari finché diventa sufficientemente chiara la situazione psicotica del figlio, e si rendano conto degli effetti devastanti che hanno sul loro rapporto le induzioni psicotiche provenienti dalla malattia del figlio.

I genitori ricorrentemente si colpevolizzano definendo la condizione del figlio una conseguenza del loro cattivo rapporto di coppia, mentre il rapporto di coppia è tale perché rispecchia i sentimenti censurati e i comportamenti deviati del figlio psicotico.

C'è molta incredulità rispetto a questo, e si ode sovente dire da un coniuge riferito all'altro: "Egli ( o ella) dice che siamo noi ad avere i problemi, non nostro figlio o figlia"; oppure: "In seduta si fa un lavoro, a casa mia moglie (o mio marito) con il suo comportamento distrugge tutto, è lei (o lui) che ha problemi, non nostro figlio (o figlia)". Capita dunque che un genitore, o entrambi, tendano a giustificare il figlio malato, agendo la sua razionale necessità di apparire normale, e spostino il problema sul coniuge o sul rapporto di coppia. Pure ricorrente è la squalifica reciproca, come se nella coppia uno dei due fosse un incapace: in effetti è il figlio psicotico che si sente incapace a utilizzare il sentimento, e per questo si sente pure in colpa per essersi privato del rapporto d'amore con il genitore omologo.

Altro elemento ricorrente è la gelosia (invidia), con il conseguente tradimento temuto: il figlio psicotico non capisce perché mai i genitori debbano occuparsi proprio di lui, perché non si rende conto - essendo privo delle antenne emotive - di essere circondato da tante persone che gli vogliono bene. E' invidioso di tutti coloro che, secondo lui, ricevono attenzioni (o regali che per lui sono la stessa cosa) da parte di chicchessia, e naturalmente in particolare del genitore omologo. Questa invidia, quando viene agita dal genitore altro, si traduce in gelosia, cioè nel sentirsi ingannato o tradito da un coniuge che fingerebbe di occuparsi di lui ma che in realtà per lui non avrebbe alcun interesse.

La gelosia dunque è piuttosto un sentimento di indignazione di fronte a un inganno vero o presunto. L'invidia invece è il voler avere per sè solo quello che viene attribuito ad altri. Infatti il figlio psicotico fa di tutto per attirare l'attenzione su di sè; per ottenere le cure degli altri, cerca di sedurli con tutti i mezzi, non tanto perché gli interessa quella determinata persona, quanto perché vuole che quella persona si occupi di lui solo e non di altri. Ottenuto lo scopo, perde immediatamente l'interesse e passa a cercare l'attenzione di altri. E' tipico, in questo, l'effetto dirompente dovuto al suo modo di procedere, che divide le persone e le mette una contro l'altra. Questo modo di fare non è dovuto a una programmazione diabolica (anche se ha ispirato questa interpretazione), ma al bisogno di recuperare il rapporto primario, che egli traduce nel possesso fisico della persona, o per lo meno in quello esclusivo della sua attenzione.

Per quante persone però lo psicotico possa conquistare, non troverà mai nessuno in grado di soddisfare la sua aspettativa, che è e rimane esclusivamente quella di recuperare il rapporto d'amore con il proprio genitore. La considerazione ricorrente che la separazione di una coppia ha causato la malattia del figlio viene smentita dalla nostra esperienza, che ci mostra come, in molti casi, avvenga proprio il contrario: la coppia si separa o rischia la separazione proprio sotto indizione psicotica del figlio.

Ne è la prova osservare come, alla guarigione del figlio, la coppia si rinsaldi.

3. COME SI IMPOSTA IL TRATTAMENTO

Il primo passo da fare per la guarigione di un minore malato di mente è quello di far sì che i coniugi dispongano delle risorse che possiedono in quanto coppia, cioè di quello scambio emotivo profondo che li unisce, per coalizzare le proprie forze contro la malattia. Se in questione è una figlia, la moglie avrà il peso emotivo maggiore, e al marito toccherà darle sostegno e aiuto. Analogamente sarà nel caso contrario. Se la coppia non riesce a coalizzarsi, il lavoro si complica notevolmente, quindi occorre eliminare quello spazio di divisione e contrapposizione che la psicosi nel frattempo riesce quasi sempre a inserire fra loro.

Così pure è indispensabile, per la riuscita del trattamento, che i genitori accettino di "vedere" la malattia del figlio, rompendo quella tendenza indotta dalla patologia ad agire la paura di scoprire la realtà, dando un alone di normalità a fatti o comportamenti che di normale non hanno niente.

Lo scopo del lavoro nelle sedute di coppia, non è pertanto il presunto risanamento del rapporto di coppia, ma quello di dare la possibilità ai genitori di acquisire una strumentazione psicanalitica, indispensabile per leggere i comportamenti e le manifestazioni patologiche del figlio malato, e permettere così al genitore omologo di accedere alla porta serrata dei sentimenti del figlio.

Aprire questa porta significa mettere in movimento l'amore nella sua complessità, nell'aspetto di forza, di conforto e sostegno, ma pure nell'aspetto di dolore e sofferenza. Solo il genitore omologo ha la possibilità, sostenendo con il benessere dell'amore, di allentare la difesa nei confronti del dolore, di quello stesso che ha causato il gelo emotivo e tutta quella costruzione razionale di sopravvivenza patologica.

Con uno psicotico in casa, poi, è facile avere problemi di memoria, amnesie, fatica a ricordare nomi, episodi e date, la percezione del reale: i ricordi sfuggono e sovente sono deformati. Per questo motivo durante le sedute si fa un ripetuto lavoro di recupero dei fatti successi, recenti e passati, sia per ricostruire la storia del ragazzo in questione, individuando dove può essersi instaurata la causa della psicosi, sia per recuperare una visione obiettiva dei fatti medesimi.

A tale proposito si raccolgono i dati precedenti, utili per un'anamnesi, si fa una rilettura della documentazione esistente - medica, psicologica, scolastica - e chiediamo ai genitori di tenere il diario, con l'annotazione del giorno e dell'ora, dei fatti, relativi al figlio malato, ritenuti più significativi tra una seduta e l'altra. Con questa cronaca diventa possibile per i genitori mantenere più saldamente il rapporto con la realtà dei fatti che succedono, effettuare confronti a distanza di tempo, registrare i comportamenti ripetitivi, riscontrarne la permanenza, l'intensità e la loro eventuale trasformazione, seguendo così gli sviluppi e i cambiamenti osservabili nel ragazzo giorno dopo giorno.

Le sedute con i genitori hanno cadenza quindicinale. Si prevedono tuttavia varie ipotesi.

1. Se fin da subito si verificano evidenti cambiamenti nel comportamento del figlio, sia a scuola che in famiglia, si prosegue con questa sola modalità.

2. Se il cambiamento tarda ad arrivare, ma non ci sono particolari interferenze nel rapporto primario (quali per esempio presenza di insegnanti che si prestano a ruolo di vice genitore, presenza a scuola di un insegnante di sostegno in difficoltà), si effettuano, oltre alle sedute quindicinali dei genitori, incontri settimanali del figlio e del genitore omologo, con un operatore diverso da quello che incontra la coppia.

Per superare il problema dell'incompatibilità del genitore altro con gli operatori, lo si fa partecipare alla seduta almeno una volta al mese, anche solo per una breve parte, alla seduta di figlio e genitore omologo, con il compito, se possibile, di riprendere alla videocamera l'incontro, da utilizzare dagli stessi genitori per una verifica dei successivi cambiamenti, e per consentire, qualora fosse necessario, agli operatori di vedere se stessi come si pongono.

Gli incontri con figlio e genitore si effettuano quando sono utili, quindi possono essere sospesi definitivamente o sospesi e ripresi alternativamente a seconda delle necessità. Lo scopo degli incontri figlio e genitore omologo è di fare in modo che il figlio possa accedere al suo rapporto d'amore primario e utilizzarlo; non è quindi necessariamente il luogo della verifica dei cambiamenti, ma tutto si muove nella direzione di mostrare al figlio che nessun estraneo può prendere il posto del suo genitore, tanto meno degli insegnanti o dei terapeuti. Per questo motivo gli operatori durante l'incontro si rivolgono sempre ed esclusivamente al genitore. Ogni argomento o proposta passa attraverso il genitore, al figlio non viene rivolta alcuna domanda o attenzione, nemmeno nel caso in cui sia egli stesso a sollecitarla dagli operatori, tanto che risulti ben evidente che il genitore è l'unico insostituibile riferimento per lui, e che nessuno spazio è lasciato a un uso, da parte del figlio, degli operatori come sostituto al genitore.

Per esempio, se il figlio porta in seduta un oggetto, un suo giocattolo per esempio, e, per sollecitarne un commento, richiama l'attenzione dell'operatore, questi non raccoglie mai l'invito, poiché se lo facesse sarebbe come se tentasse di scavalcare il genitore, di mettersi in mezzo nel rapporto esclusivo fra padre e figlio. Agisce così per non fare il gioco della psicosi, che è quello di interferire, di dividere.

Dato lo stato di malattia del figlio, è infatti evidente che tutte le richieste sono rivolte al genitore, ma dirottate dal figlio medesimo sugli operatori per i noti problemi illustrati sopra.

Poiché gli incontri con gli operatori hanno il compito di dare una lettura della realtà nel suo complesso, e non di come la vede il soggetto disturbato, è loro compito condursi in modo da mantenere continuamente l'attenzione sul rapporto primario tra figlio e genitore, in quanto fulcro di tutto l'equilibrio della situazione. Tale modalità viene mantenuta anche quando, per una parte della seduta, si dovesse fare sostegno scolastico: di nuovo il genitore gestisce direttamente la situazione decidendo cosa fare e come farlo: come si vede l'accento viene ancora posto più che su quello che si fa, sul come lo si fa.

3. Se la situazione a scuola è interferente nel rapporto primario, si valuta con i genitori l'opportunità di tenere a casa il figlio una o più giornate alla settimana, se non addirittura tutto l'anno.

Gli incontri con gli operatori rimangono, in entrambi i casi, quindicinali per la coppia e occasionali (a cadenza settimanale quando servono) con figlio e genitore.

Per l'attività scolastica si fa in modo che il figlio sia seguito dalla famiglia. Ove questo non fosse possibile si provvede con l'invio di operatori specializzati che assistano a domicilio il figlio nelle ore in cui necessita di essere seguito. L'intervento di operatori con il figlio, assente il genitore, sono tuttavia soluzioni da considerare di emergenza e quindi di transizione finché si riesce a stabilire la modalità più efficace; comunque anche questi interventi devono osservare la priorità del rapporto del figlio con il genitore.

4. L'ADEGUAMENTO SISTEMATICO DEL TRATTAMENTO AI CAMBIAMENTI

La validità dell'impostazione del trattamento deve essere confermata da cambiamenti continui e significativi a partire dalle primissime settimane, se non dai primi giorni stessi. I cambiamenti che si presentano nella situazione di psicosi sono significativi quando indicano una messa in movimento delle emozioni. I primi cambiamenti osservabili generalmente mostrano una evidente sfaldatura della estrema rigidità dei comportamenti, in particolare riguardanti:

a. il tempo: subentra una maggiore consapevolezza del trascorrere del tempo, cui deve tuttavia fare riscontro anche la flessibilità degli orari (se prima dichiarava di non sapere che ora, che giorno, che mese, che anno fosse, incomincia a orientarsi nel calendario e nelle ore del giorno; se prima faceva le cose secondo orari sempre uguali, ora diventa più possibilista);

b. lo spazio: accetta senza drammi che si invada il suo "spazio vitale" (stanza, sedia, tavolo) e si orienta correttamente negli spostamenti fuori casa;

c. l'abbigliamento: diventa disponibile a sostituire gli abiti e la biancheria quando necessario; si veste in coerenza con la temperatura e la meteorologia;

d. l'alimentazione: diventa più ricca e variata; gli alimenti sono scelti con maggiore cura; impara, dove necessario, a prepararsi il cibo da sè;

e. il sonno: si passa dall'insonnia, dal sonno agitato da incubi e da frequenti risvegli a un riposo più tranquillo con rari momenti di difficoltà.

f. l'apprendimento: aumentano i tempi di applicazione, la capacità di concentrarsi, la memoria; a scuola segue le lezioni con profitto, cessando dal disturbare i compagni; fa i compiti e studia da solo.

g. le manifestazioni emotive: piange e ride di più e più facilmente; si accentuano nello stesso tempo manifestazioni fino a quel momento ritenute negative, ma che ora i genitori sono informati essere al contrario una via di transito al recupero complessivo della propria emotività, come balbuzie, tic, spasmi muscolari, parlare da solo, usare frasi stereotipate apparentemente prive di senso, provocare con parole o gesti i genitori, minacciare la fuga ovvero rivendicare la libertà di fare "ciò che gli aggrada" (si tratta dei momenti in cui allenta la censura sull'emotività, e durante i quali cerca un comportamento adeguato alla nuova situazione: poiché non ha esperienza alcuna, prova a utilizzare, esagerandoli, i comportamenti abituali precedenti);

h. depressione: a fronte di uno stato pressocché costante di tensione contenuta, si passa a crisi di tipo depressivo, con tristezza, lamentosità, molto sonno; la depressione non è una malattia, ma uno stato fisiologico che prepara al cambiamento. Di qui gli episodi dapprima prolungati e fonte di preoccupazione, durante i quali sembra regredire, e successivamente sempre più brevi e più frequenti, che accompagnano il processo di guarigione.

Il trattamento pertanto deve adeguarsi tempestivamente ai cambiamenti che sopravvengono. Ogni cambiamento mette allo scoperto problemi e conflitti fino ad allora rimasti in ombra, e che quindi richiedono modalità differenziate di trattamento. Utilissime sono a questo proposito le informazioni che scaturiscono dai vissuti raccolti dagli operatori nella seduta della coppia, come in quella con il genitore omologo. Attualmente utilizziamo due operatori nell'incontro con il genitore omologo, i quali, per superare a loro volta l'incompatibilità in cui verrebbero a trovarsi con chi conduce la seduta di coppia, sono presenti almeno una volta ogni due mesi nella seduta di coppia stessa. Nella seduta con figlio e genitore, uno solo dei due interviene, mentre l'altro annota i vissuti. A questi si aggiungono i vissuti prima e dopo la seduta, e quelli che compaiono nel rapporto fra i due operatori come riproduzione del rapporto tra figlio e genitore.

Analogamente, la presenza dei due alla seduta di coppia è utilizzata per la raccolta dei vissuti.

Gli operatori, con a disposizione i protocolli di seduta, la cronaca dei genitori e i vissuti così raccolti, hanno elementi sufficienti per lo studio dell'evoluzione del caso, per identificare dove si siano affermati i cambiamenti e per preparare gli strumenti adatti ad affrontare i nuovi problemi aperti dai cambiamenti sopravvenuti.

5. PARAMETRI DI RIFERIMENTO PER LA DURATA DEL TRATTAMENTO

Rispetto alla durata del trattamento i fattori che incidono sono:

a. l'esistenza del genitore omologo, che determina l'efficacia del lavoro e permette di abbreviare i tempi, per i motivi che si sono visti sopra;

b. la situazione di partenza del soggetto, se cioè:

c. l'età: più giovane è il soggetto, meno radicata, consolidata è la struttura di sopravvivenza psicotica, e più semplice è l'utilizzo del sentimento e il recupero della memoria emotiva;

d. la consapevolezza dello stato di malattia del figlio da parte dei genitori: quanto è maggiore, tanto più grande è la rapidità con cui si può intervenire;

e. la disponibilità a sostenere l'azione del genitore omologo da parte del contesto familiare e sociale. Fondamentale è la collaborazione fra i coniugi, che in ogni caso andrà comunque quanto meno ripristinata; eventualmente, a ulteriore vantaggio dell'intervento sul nipote, possono essere inseriti nella seduta di coppia, una volta ogni due mesi, se viventi, i genitori del medesimo sesso dei due coniugi.

Sulla base di questi elementi è possibile, nell'arco di tre, quattro mesi, prevedere con buona approssimazione la durata del trattamento, tenendo conto che soltanto una prima parte si sviluppa con il supporto degli analisti, mentre, una volta effettuato il giro di boa (quando cioè i genitori hanno acquisito sufficiente esperienza), esso è condotto felicemente in porto dai genitori medesimi, eventualmente con qualche raro incontro di verifica con gli operatori specialisti.