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Giuliana Parigi - La vera storia di Vèra

 

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Cap. 7 - Il racconto di Pietro


 
 

L'alba di un giorno nuovo ci trovò riuniti in cucina a far colazione; Vera si era accaparrata del latte e del pane al centro per l'immigrazione! Invidiai Leone per avere a suo fianco una come Vera. Mi dissi, dentro di me s'intende, che non avendo Vera dovevo imparare anch'io ad acchiappare tutte le occasioni.
[ Velazquez - Donna che cuce ]La polacca era già uscita; faceva la sarta. La figlia era andata ad imparare a far qualcosa che non capimmo. Tutta la casa per noi! Non ci dette tempo di goderne, Vera, e ci trascinò in giro ognuno per suo conto a perlustrare la zona. Prendere nota di negozi, fabbriche, bar, chiese, uffici pubblici, nomi di strade tutto... "tutto!" ci urlò nelle orecchie e attenti a non perdersi. Ancora non riesco a crederci: ci aveva messo in tasca un foglietto con scritto l'indirizzo e il cognome della polacca!
Quel biglietto mi umiliò e mi svegliò definitivamente.
Ritornai molto tardi, ma avevo trovato un ristorante per ricchi, a dire il vero piuttosto lontano, dove io avrei suonato, Vera cantato e forse servito, e Leone, se qualcuno diceva di sì, fatto qualche ritratto.
Avevo battuto Vera sul tempo e lei mi ricompensò baciandomi, baciandomi e stringendosi a me. Avrei giurato che quella notte sarebbe venuta in camera mia.... non successe. Strano tipo davvero.
Lei si mise, la sera dopo cena a lume di una luce da cimitero, ad imparare dalla polacca a cucire... non si sa mai... diceva..... potrebbe servirmi anche per cucire per me..... per farmi qualche vestituccio.....
Più che altro la chiamarono per i bucati. Tornava stanca ed infuriata.
Tutti e tre partecipammo, suonando, cantando e facendo ritratti, ad un matrimonio e ad un battesimo
Che ci procurarono molti soldi.
Ci trascinò a pulire un enorme stanzone dove doveva svolgersi una qualche strampalata riunione. Vendemmo giornali per un paio di giorni. Lavammo cani e gatti.
Vera riusciva sempre a convincere di prenderci tutti e tre insieme.
Non mi riaccompagnarono al porto. Quel giorno avevano trovato da pulire un giardino.

L'anno dopo erano ancora lì. Andai a trovarli e restai il tempo del nuovo imbarco che ripetevo sarebbe stato l'ultimo. Non era cambiato nulla. A parte che Leone lo avevano chiamato più volte da quella famosa lista, per fare l'imbianchino. Mentre ero lì si fece [ Rudolf Levy - Pittore ferito ]male ad una mano e furono guai per il medico e le medicine. Soldi che se ne andavano in malora nella peggiore delle maniere sbraitava Vera. "Non ci ho colpa." rispondeva imbronciato Leone. Che oltretutto non poteva neppure dipingere.
La figlia della polacca mi sembrava ancora più in male arnese.
Vera stava facendo la lavavetri in una fabbrica e inscatolava qualcosa; voleva portare anche me, ma trovai da insegnare a suonare il violino.
Il giorno che me ne andai Vera era felice: aveva trovato da fare la cameriera presso una famiglia molto "in alto" come diceva lei e si divertiva a fare gli inchini.
Leone era guarito. Sperava che i padroni della moglie lo chiamassero per un ritratto.
[ Costetti - Coppia ]Dimenticavo la cosa più importante: feci da testimone alle loro nozze.
Vera si era cucita da sola una strana tunica verde smeraldo. Volle fare il tragitto dalla chiesa alla casa buttando confetti come si usava nella sua terra. E la polacca aveva preparato torta e dolcetti. Non so chi portò della carne e del vino. Regalai loro dei lenzuoli; li avevo trovati, tramite la polacca, di seconda mano. Vera trovò che i ricami erano una bellezza.
Un amico fece un ritratto, pochi giorni dopo.

Non fu il mio ultimo viaggio come speravo.
Tornai di nuovo.
Leone e Vera non c'erano più. E nemmeno la polacca con la figlia smunta.
Aprì una donnetta. Era italiana dei dintorni di Roma.
La figlia della polacca era morta; lei era andata in quell'altro oceano, sempre in America, da dei parenti.
I due italiani erano andati non sapeva dove. Lei era incinta. Pare che avessero trovato una sistemazione, di casa e lavoro, buone.
La casa sembrava diventata un magazzino: lavoravano la pelle per farne scarpe, cinture, borse. Ci lavoravano tutti dal più vecchio al più giovane. Erano una tribù. La coppia con i rispettivi genitori e quattro o cinque figli.
C'era un odore tremendo. Mi venne da piangere. Non sapevo dove andare.
Mi aiutò quello a cui, l'anno prima, avevo insegnato un poco a suonare il violino.
Nessuno pareva ricordarsi più di Leone e di Vera e men che meno sapere che fine avevano fatto.
Dove potevo trovarli.
Quello fu davvero il mio ultimo viaggio.
Devo confessare che ero innamorato di Vera.

  


 

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