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Giuliana Parigi - La vera storia di Vèra

 

A scuola   Le tre Rose   Umile

Cap. 20 - Le tre rose

 
 

... Le tre rose bianche dall'incredibile lungo gambo stavano sul cassettone e si riflettevano nello specchio. Un nastro rosa le teneva insieme e aveva appuntato un biglietto.

[ Sergio Scatizzi - Fiori, 1970 ]
Spero tanto che tutto sia andato a buon fine, così avremo modo di rivederci.
Mi sarà difficile dimenticare la sua apparizione in quella seriosa e tetra stanza.
Un vero incanto!!
Con tutta la mia cordialità
                             Cesare

Nel caso avessi avuto bisogno (o voglia?!) c'era un numero di telefono.
Confesso: sono stata tentata di telefonare subito. Ma poi.......
L'ora tarda e l'improvviso ricordo del primo mazzo di fiori ricevuto ( Fiori di campo: stupendi: papaveri, fiordalisi, spighe di grano, gialle margherite... che Leone aveva messo nel suo famoso cappello) mi hanno fermato.
Ho dormito poco. E ho preso la decisione che mi sembrava mi placasse nel profondo.
Ho telefonato, quando già il treno mi aveva portato al borgo e aspettavo il Bandini con la macchina. Per ringraziare dell'aiuto e dei fiori. E ho aggiunto - in quanto a rivederci, lasciamo che...- Non mi ha lasciato finire. E con quella voce che mi aveva rimescolato ha detto - dobbiamo rivederci -

Alla vista del collegio,Virginia, ne rimase entusiasta. Quel primo giorno c'era una confusione di bambine, ragazzine e ragazze e di... madri! Tutte donne, osservò Vera. Sapeva che voleva dire: non c'è Cesare. Si trovò ad osservare una ad una quelle mamme per scoprire quale fosse la moglie di Cesare. Già solo in quel momento realizzò che lui poteva avere una moglie... una moglie vivente... Oppure aveva mandato la figlia con una tata? Si dette della stupida e si concentrò su Virginia. Contenta ma con le lacrime pelle pelle per doversi separare dalla madre.
E così Vera promise alla figlia che si sarebbe trattenuta in città fino al giorno dopo. Anche perché aveva saputo che il giorno dopo i parenti avrebbero potuto prendere le figlie e portarle un po' a spasso. Poi per un mese niente visite!
All'albergo lottò tutto il pomeriggio per telefonare a Cesare.

Se ne andò invece in un salone per farsi acconciare i capelli. Era la sua prima volta; di solito provvedeva da sola, anche perché i suoi capelli, mossi di suo, erano facili da tenere e da piegare in svariate mode. Le piacque molto la fatuità di quel luogo, il cicaleccio, il senso del superfluo. Le parve che quelle mani che le lavavano la testa, la frizionavano, l'accarezzavano, gliela tamponavano dentro un bianco e profumato asciugamano, si portassero via anche tutti i pensieri, i ricordi sgradevoli e no, le ansie del futuro, le decisioni da prendere al presente... terra vergine, foglio bianco...... senza l'impellente urgenza di riempirlo......
Si trovò a sospirare e sospirare mentre intorno a lei giovani e meno giovani donne, parlavano di tutto con una leggerezza che le pareva di non aver mai posseduto. O forse sì. Ma quando? Non se lo rammentava. Si lasciò scivolare in questa specie di limbo e fece poco caso anche a ciò che le facevano.
Si ritrovò con una testa monumentale, piena di boccoli. Alla moda: l'aveva visto sulle riviste che le avevano dato. Ma non ci si sentiva dentro. Le stava bene, come no! Ma le sembrava di essere un'altra. Pensò che in albergo li avrebbe subito lavati e fatto da sé! Ma appena uscita, fatti pochi passi, un signore le inviò un complimento con in più un apprezzamento proprio per la sua pettinatura. Vera rise dentro di sé e il demone (come aveva cominciato a chiamarlo lei) di Cesare rifece capolino. Pensò "ora lo chiamo" .
Non lo chiamò.
Al mattino approfittò per andare al Consorzio Agricolo che era proprio nel centro città: una passeggiata davvero splendida per la ricchezza dei monumenti che si incontravano. Incrociava gli sguardi ammirati degli uomini.
Si sentiva una dea e di nuovo pensò di telefonare a Cesare. Forse l'avrebbe incontrato a prendere la figlia.
Virginia notò subito la pettinatura, ma non sapeva dire se le piaceva di più o di meno. Confessò, di aver faticato ad addormentarsi e di aver pianto: si giustificò dicendo che quasi tutte piangevano, per lo meno quelle che per la prima volta si trovavano lontane da casa.
"Vuoi tornare?" chiese Vera accarezzandole dolcemente il mento
"No, no" rispose risoluta la bambina e si strinse alla madre.
Passeggiarono, entrarono in un elegante bar a bere tè e mangiare pasticcini. Comprarono un libro illustrato. Virginia raccontò più volte come aveva passato la giornata, come erano disposte le stanze, cosa aveva mangiato. Il rito della doccia fredda al mattino e della ginnastica; qualche nome di compagna. Non era in divisa e la madre se la guardava e riguardava come se dovesse imprimersela nella mente. L'attraversava l'ansia se faceva bene o male a lasciarla in collegio. Le ritornava in mente Abramo e la sua ira quando l'aveva portata dalla balia! Si sforzava di guardare nel futuro: era impenetrabile.
Sulla via del ritorno, ad un incrocio, Vera intravide Cesare che aveva per la mano una ragazzina e a fianco una donna che le mostrò solo le spalle e di sfuggita.
Registrò che l'emozione è stata fortissima; mi ha paralizzato tanto che anche Virginia mi ha domandato cosa fosse successo. La cosa comincia a preoccuparmi. Meno male che deve passare un mese.

Rientrò a casa che già era imbrunito e le campane suonavano l'or di notte. Tutte le finestre erano chiuse.
Tirò la campanella. Nessuno rispose; aprì con le sue chiavi. Tutto era buio e silenzioso. Si levò le scarpe, con gli alti tacchi, che aveva tenuto tutto il giorno e si acciambellò su un divano per riposarsi e aspettare Renata. Si massaggiava i piedi indolenziti anche dal gran camminare e le avvenne di prendere coscienza di quella casa, villa come diceva lei, nel senso delle dimensioni in lungo e in largo e delle tante stanze e della tanta roba che l'arredava... e dell'inutilità del tutto.
[ Ardengo Soffici - Studio per donna recante un piatto, 1932 ]Quando la pendola suonò, unico rumore, Vera cominciò a preoccuparsi che Renata non arrivasse. Si buttò sulle spalle uno scialle perché l'aria ormai, la sera e la mattina, era frizzante e si avviò alla casa di Renata. Sul cancello trovò Amelia, la madre di Renata; dal braccio le pendeva un paniere coperto da un tovagliolo bianco.
"Venivo da voi, padrona. Renata è stata male e l'hanno portata all'ospedale con la misericordia."
E cominciò a piangere asciugandosi con le cocche del fazzoletto che portava in testa. Vera la fece entrare. Sedettero in cucina e si fece raccontare. Ripeteva, sorseggiando un bicchiere d'acqua, che era stata male e che era andata a finire all'ospedale e poi non sapeva più nulla. Vera le assicurò che al passo del mezzogiorno ci sarebbe andata con il Bandini.
Volle andarsene.
"Il paniere, Amelia."
"Che testa, padrona. E' la cena per Voi qualcosa di caldo, poca roba.. ma pensavo..."
Fu svelta a tirar fuori e se la vide venire incontro con la luce che le batteva dietro e la rendeva di uno strano color sanguigno: sembrava una sacerdotessa che portasse un' offerta alla divinità.
La scodella era fumante.
"Avete pensato giusto. Mi ci voleva proprio qualcosa di caldo! Grazie, grazie. Domani vi farò sapere. Buonanotte."
Ma la donna non se ne andava.
"Che c'è?"
"Aspetto che mangiate. Vi faccio compagnia e poi porto via i piatti. Non vorrete lavarli voi?"
"Amelia, Amelia." Seppe solo dire, perché sentiva che stava commovendosi.


 

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