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"Correvamo nel buio
lungo una strada che solo fino ad un certo punto conoscevo. Ogni
tanto la mano di Cesare si posava dolce sulla mia gamba: non
mi ritraevo e nemmeno assecondavo.
All'improvviso ha girato a destra; abbiamo lasciato la strada
principale e ci siamo fermati quasi subito in uno spiazzo .Qualche
passo e Cesare ha aperto un piccolo cancello. Di fronte, ma la
vedevo male, una modesta costruzione. Era isolata da altri edifici
da un prato e da un boschetto.
Il fatto che entrando Cesare non trovasse dov'era la luce e accendesse
un fiammifero dietro l'altro, mi ha fatto capire che quella casa,
forse, apparteneva all'ometto buffo della festa .
Si entrava direttamente in un salotto con due vetrine in fondo,
uno scrittoio su un lato, un ampio divano sull'altro. Una porta
conduceva alla cucina: grande camino, acquaio in pietra, piattaia
e madia. Vicino alla porta di ingresso una scala conduceva di
sopra dove erano due camere e un gabinetto.
Faceva freddo e siamo ridiscesi nella cucina. Cesare si è
messo a trafficare per accendere il camino. Io, con il soprabito
addosso, me ne stavo rincantucciata sul divano con la testa vuota
di pensieri; con il cuore ghiaccio come quella casa.
La legna non prendeva e Cesare si stava innervosendo; è
venuto da me.
"Che hai?"
"Perché non ce ne andiamo?"
"Ma
allora?" Cesare ha lasciato sospesa la fine della domanda.
Poi, come se all'improvviso avesse avuto una visione folgorante,
se ne è tornato di corsa alle camere.
"Vieni, presto!"Ha urlato dopo poco.
Sono salita di malavoglia, nonostante la voce allegra,suadente
di lui che sembrava aver trovato chissà mai quale tesoro
.
Il tesoro era una stufa che era riuscito ad accendere e che già
mandava guizzi di luce e un abbraccio di tepore. Mi guidò
ridendo e battendo le mani come un bambino verso il divano letto
appoggiato alla parete: si stette lì un bel po', rinvoltati
dentro una coperta che aveva trovato nell'armadio, a guardare
le fiamme. Pareva fosse scesa in noi una grande pace ma poi,
come quel fuoco, divampò la passione.
Rientrata in albergo non ho fatto che piangere; non sapevo se
per le forti emozioni, per la rabbia verso me stessa o per la
paura della nuova situazione."
Quando arrivò con
Virginia alla villa, Rodolfo era già nella torretta a
dipingere.
Vera si trovò combattuta tra la gioia di avere i figli
a casa e l'impedimento che le portavano di non correre da Cesare
o di telefonare liberamente.
Quei quattro giorni le sembrarono eterni!
Cesare la raggiunse in albergo;
ma Vera non era sola. Virginia aveva ottenuto di essere accompagnata
nel pomeriggio e di pranzare in albergo con la madre.
Si congedò subito, ma fece in tempo a bisbigliarle: -
ho ancora la chiave -
Vera, sorpresa, nervosa e rossa non era certo pronta all'osservazione
della figlia.
"Non mi piace quel fascista. E' un tuo amico? Che cosa ti
ha detto?"
"Va tutto bene." Le disse cercando di dominare la voce
e accarezzandola sugli splendidi capelli.
A differenza di Rodolfo, che pure in seguito frequenterà
Cesare e sarà determinante per la sua vita, Virginia afferrò
subito che fra "quei due", come li chiamava lei, c'era
qualcosa
Qualcosa che non le piaceva per niente!
"Quella casa ci
ha rivisto insieme."
Tutto qui . La frase è cerchiata di rosso. E di rosso
saranno via, via cerchiate una specie di date e sigle che ci
rimangono incomprensibili ma sicuramente si riferiscono agli
incontri.
"Ho preso in affitto il villino degli Amerighi. Era diventato
umiliante e imbarazzante quella casa "usata" da tanti!
Possibile che il "mio demone" non le capisca queste
cose? Questa storia della virilità fascista mi fa venire
il vomito." (queste frasi sono cancellate ma ancora
abbastanza leggibili).
In mezzo i soliti conti, progetti di adattamenti di stalle,acquisti,
vendite. Notizie che riguardano i figli, la loro scuola o salute.
E gesti di quella sua altalena.
"La tettoia dietro alla canonica è ultimata. Ci
ho fatto portare la legna tagliata alla Vetta perché don
Carlo la possa dare via via a chi ne avrà bisogno. Tra
poco busserà l'inverno e quindi il freddo. Lo so bene
io come si senta ancora di più il freddo a pancia vuota
e con tante preoccupazioni in testa e sul cuore!"
Il notaio, con il quale
aveva redatto tanti atti, la invitò al borgo per una festa.
Vera entrò in confusione. Chi ci sarebbe stato, come doveva
comportarsi, cosa si sapeva di lei, come vestirsi
Ma non poteva dire di no.
Così trascinò Umile in città perché
le indicasse i negozi dove andavano a vestirsi le vere signore
e la consigliasse su cosa comprare.
Umile, raggiante per questo incarico di fiducia e intimità,
ci racconta quella giornata su un quaderno che Vera le aveva
regalato per tenere l'elenco del corredo.
Vi scriverà anche di cosa ha visto e vuol tenere segreto. |