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" Siamo partite
che era ancora buio ed io avevo paura. Non mi fidavo troppo della
guida della signora Vera e poi lei guidava forte. Per distrarmi
cercavo di guardare fuori dal finestrino, ma si vedeva poco.
Se mi chiedeva qualcosa rispondevo svelta svelta e cercavo di
non distrarla con le chiacchiere. All'ultimo tabernacolo delle
rogazioni ho visto un cacciatore con il cane mi è sembrato
il Mozzanti vecchio.
Lo ha visto anche la
padrona e gli ha suonato . Mi ha fatto saltare sul sedile dalla
paura e lei si è messa a ridere. La luce che piano piano
scopriva tutta la campagna che sta intorno alla strada, mi ha
aiutato a far passare la paura. Sul ponte nuovo abbiamo incrociato
la corriera che veniva dal borgo e andava in città. Dentro
si vedevano le teste dei lavoratori addormentati che dondolavano.
Mi sembravano tante marionette. Prima di attaccare la lunga e
ripida discesa che ci portava al cimitero della citta, la signora
si è voluta fermare al bar a far colazione. Io mi vergognavo:
ci guardavano tutti; c'erano solo uomini che già bevevano
del vino. Per non essere scortese ho preso un pezzo di torta;
era vecchia e fatta male e che prezzo!
Per prima cosa siamo andate al mercato centrale. Cariche come
ciuche siamo tornate a portare la roba alla macchina che non
ho capito perché l'avesse lasciata così lontana.
I ricchi a volte sono proprio strani.
Alla Sartoria la signora Mantellassi, la proprietaria, mi ha
riconosciuta. Mi ha fatto piacere; un po' meno tutti i salamelecchi
a seguire che si capiva benissimo me li faceva perché
le avevo portato una cliente. C'era poco tempo per fare un vestito
nuovo di sana pianta e quindi la mia padrona doveva scegliere
fra quello che c'era di già pronto. Roba splendida ed
ero orgogliosa che lei scegliesse il meglio da provare e che,
meraviglia delle meraviglie, tutto le stesse bene "A pennello"
ripeteva la Mantellassi facendo una vocetta fessa Poi aggiungeva
"Un' aggiustatina ed è suo". E le faceva intorno
una piroetta come fosse una ballerina sul palcoscenico. Solo
che lei è un donnone e sulle punte sarebbe stato difficile
farcela stare! Però ha classe, come diceva sempre la mia
padrona di città.
La signora Vera prima di scegliere ha voluto sentire il mio parere.
Vedevo che la Mantellassi disapprovava; mi pareva di leggerle
sotto la frangia questo pensiero - farsi consigliare da una serva?!
Dove andremo a finire!!- Ma poi quando si è accorta che
avevo detto di sì per l'abito più costoso allora
giù a farmi i complimenti per il buon gusto, lo stile
e via a seguire.
Prova che ti riprova si erano fatte le dieci cioè giusto
l'ora per andare al collegio da Virginia.
E la signora mi ha fatto il gran regalo di portarmi con sé.
Tutto il tempo che ero stata in città, questo collegio
l'avevo sempre sentito nominare come si nominano le cose straordinarie,
uniche, importanti. Non mi era mai capitato nemmeno di passarci
vicino: ed ora ci andavo dentro a trovare qualcuno che lì
ci stava! Mi batteva il cuore e da lì mi sono sgorgati
i gridi di meraviglia quando ci siamo state davanti. Non so descrivere
ero troppo frastornata dalla grandezza, dal lusso e nello stesso
tempo dall'austerità; dalla gente che vi si muoveva dentro
con tanta naturalezza. Se mi ci riporta scriverò tutto
passo dopo passo.
Nella stanza dove ci hanno fatto entrare tutto mi sembrava maestoso,
come in chiesa, e non sono riuscita a sedermi; la mia signora,
invece sembrava ci fosse nata! Ma appena è entrata Virginia
accompagnata da una signorina tutta vestita di blu e ci ha fatto
l'inchino mi sono sentita sciogliere. Le sono corsa incontro
a stringerla e sollevarla
tanto la porta era stata chiusa
e quella tutta in blu se ne era andata!
La signora la guardava e la riguardava, la riempiva di baci,
di carezze, domande, ma Virginia stava un po', come dire, sulle
sue ed io ho cominciato a stare sulle spine. Ma la signora niente.
Continuava a stringerla e farle domande, poi ha detto che avremmo
pranzato insieme o per lo meno che avrebbe chiesto il permesso.
Allora Virginia è letteralmente saltata al collo della
madre e si è fatta allegra, davvero molto allegra. Era
un piacere vederla. E mi sono trovata ad invidiarla
studiare
e poi in quel posto da favola
quella divisa
.
Quando siamo rimaste sole, perché la madre era andata
in direzione, la ragazzina si è fatta triste e pensosa.
Stava quasi a capo chino e si guardava le scarpe di vernice nera
con la fibbietta. Capivo che voleva dirmi qualcosa ma non sapevo
come comportarmi. Poi ha fatto un gran sospiro e tirato su la
sua bella testa. Dopo una mezz'ora che parlavamo così,
come dire, come fanno le signore nei salotti, quel parlare senza
sugo, lei è scappata su a dire tutto d'un fiato e con
una voce che le tremava in gola -devi sempre venire anche te
in città con la mamma, così sta di più con
me e non con altri e mangiamo insieme. I genitori della mia amica
Rebecca fanno così e certe volte mi portano loro fuori-
Sono rimasta di stucco e mi si era paralizzata la lingua. Volevo
chiedere, capire. Ma non c'è stato il tempo; e forse è
stato meglio, visto il seguito di quella giornata.
A pranzo Virginia non si è chetata un secondo e ci ha
fatto ridere facendo il verso a delle insegnanti che mi pareva
di vederle. Poi il nome delle compagne e più che altro
di questa Rebecca; le cose che studiava, che mangiava, le passeggiate
in città
ed io la invidiavo. Ma sentivo anche di
volerle molto bene e pensavo con allegrezza che mancava poco
al Natale e sarebbe stata in villa per le vacanze e allora ci
sarebbe stato il tempo per farsi insegnare qualcosa di nuovo.
Sfogliare i suoi libri e quaderni. Siamo ritornate in fretta
al collegio perché si era fatto tardi per Virginia che
aveva lezione di piano. Lezione di piano! Meraviglioso! Ce la
vedevo. Anche quello potevo farmi insegnare, sempre che la signora
me lo permettesse. E comunque potevo starle seduta accanto quando
faceva gli esercizi. Abbiamo lasciato una Virginia raggiante.
Quando mi sono chinata a salutarla mi ha sibilato nell'orecchio
-ricordati di venire- Dipendesse da me, volevo dirle, tutti i
giorni verrei!
Dalla sartoria dovevamo passare alla chiusura; per quell'ora
l'abito scelto sarebbe stato già corretto. E ancora c'era
tempo.
Mi sono fatta coraggio ed ho chiesto se potevo andare a salutare
la padrona di prima.
La signora mi ha detto che andassi pure, ma che sarei dovuta
andare io anche a trovare Renata all'ospedale perché lei
aveva da fare e poi che tornassi a casa con l'ultima corriera,
forse si fermava a dormire in città... non sapeva. Mi
pareva strana e sfuggente mentre faceva tutto questo discorso
ma non ci ho fatto caso più di tanto; ero contenta di
andare a trovare anche Renata.
Dai signori Marzi ci sono stata poco dato che dovevano uscire
ma sono stati affettuosi e contenti di rivedermi. Invece da Renata
non mi decidevo a venir via tante erano le cose straordinarie
che doveva dirmi e per poco perdevo la corriera. L'ho travata
bene, benissimo e infatti fra pochi giorni la dimettono completamente
guarita. La sorpresa è che mi ha presentato il fidanzato.
Il figlio della sua vicina di letto! Hanno un negozio di frutta
e verdura in città; si sposeranno presto; andrà
ad abitare con la suocera che purtroppo non è in buona
salute, e lavorerà qualche ora nel negozio. Questo fidanzato
che si chiama Michele non è male. E mi sono parsi proprio
innamorati. Però volevo dire a Renata di non fare le cose
precipitose che poi vengono i gattini ciechi come diceva la mia
prima padrona. In fondo si erano conosciuti per poco e dentro
un ospedale. Non ho detto nulla e glielo dirò quando viene
a casa. Nel salutarla sullo scalone del reparto dove mi aveva
accompagnato le ho dato la busta della signora Vera e lei mi
ha gelato dicendomi che non la vedeva da tanto tempo. Ma come?
Se diceva sempre "vado a trovare Renata"? Di nuovo
non c'era tempo. Mi sono messa a correre e ho fatto le stradine
interne che corrono lungo la ferrovia anche se sono meno illuminate.
Ed ecco la pugnalata. Dentro una macchina parcheggiata, che ho
riconosciuto subito (da un particolare) per quella che era venuta
da noi, c'era la signora Vera piuttosto discinta e che si baciava
con un signore vestito da autorità fascista! Giuro di
aver barcollato e poi ripreso a correre come se avessi i lupi
alle calcagna ma non più per via della corriera. Volevo
trovarmi lontano da lì prima possibile. La mia mente continuava
a farmi vedere l'immagine e a ripetere ossessivamente ecco cosa
voleva dirmi Virginia, lei sa, povera piccina. Ecco perché
non viene a casa, ecco perché non va da Renata. E poi
vedevo la mano di lui che le stringeva la nuca, orribilmente
adornata dalla fede: era un uomo sposato. Che pazzia!
Il viaggio di ritorno sballottata sulla corriera piena zeppa
e maleodorante è stato un incubo.
La signora è rimasta in città.
Non so che fare. Parlerò con Don Carlo. Che stanchezza. "
Ma altri avvenimenti incalzano
e Umile rimanda.
Vera rientra all'ora di pranzo con l'abito nuovo e libri nuovi:
vuol studiare anche il tedesco e butta là "me lo
ha consigliato un amico".
Umile arrossisce e pensa che ad arrossire dovrebbe essere la
sua signora. |