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Giuliana Parigi - La vera storia di Vèra

 

Le nozze di Renata  Il laboratorio e l'asilo   La battitura

Cap. 30 - Il laboratorio e l'asilo

 
 
In paese aveva fatto scalpore il laboratorio appena aperto nel salone a terreno della villa Azzini che dava proprio sulla piazza principale. La seconda moglie di Azzini riuniva diverse donne per ricamare; un ricamo particolare che si faceva da quelle parti e che poteva ornare tutto il corredo, naturalmente per la gente ricca. E lei ne conosceva di gente ricca, perché veniva dalla città e da quella gente.
La signora Azzini faceva da intermediaria tra le ricamatrici e le clienti… e ci guadagnava assai! Pagando poco le ricamatrici e facendosi pagare profumatamente dalle signore cittadine.
Non ne avrebbe avuto bisogno perché il suo marito, oltre a diversi poderi, lavorava alle dipendenze dello stato; era vedovo e per ora senza figli. Ma si sa…i soldi non bastano mai.
In quanto alle donne del paese per loro era una manna, anche se pagate poco..
Fu a questa signora che Vera si rivolge per la moglie di Alfonso, pensando che potesse ricamare a casa e tener dietro ai figli piccoli. Ma la signora Azzini esigeva che le sue lavoranti stessero nel salone, applicate per molte ore. Comunque l'avrebbe presa volentieri ma che le portasse un campione di ricami per saggiare cosa sapesse fare.
A Vera la signora Azzini rimase subito antipatica e pensò di dirottare la moglie di Alfonso come cameriera o alla fabbrica del tabacco che però era lontana. Ma i ricami portati in visione piacquero tanto alla signora Azzini che promise una paga maggiore e Vera si trovò costretta ad accettare e a dover pensare come sistemare i bambini.
Con questo pensiero in testa si fermò da Carlone, uno dei tre ciabattini del paese dal quale aveva mandato tramite Umile degli stivaletti a riparare.
Il grande portone era sempre aperto; nell'androne si aprivano due porte che davano sulla stalla dei muli del carbonaio Vittorio e sul cortile dietro al panificio di Gualtiero. I due odori dei muli e del pane si mischiavano in un incredibile essenza che quasi stordiva! Per arrivare dal calzolaio bisognava salire una ripida scala e ci si poteva aiutare con una elegantissima ringhiera in ferro battuto che simulava una corda attorcigliata e terminava in delle nappe sempre di ferro.
Il pianerottolo era vasto e con tanto di finestra che dava sulla strada. Qui l'odore cambiava ma era sempre fatto di più odori: cuoio, fumo di sigaro, uccelli e mangiare. Ti trovavi davanti tre porte: una, aperta era il regno di Carlone; con pezzi di cuoio appesi, forme su scaffali insieme a scatoline con bullette e bullettine; barattoli di pece, colla, vernici, attrezzi vari e poi… il suo splendido arruffatissimo tavolo da lavoro. Quella accanto il regno dei suoi uccelli dentro tante gabbie di varie misure e persino un'aristocratica voliera. Il cinguettio era assordante e il calzolaio vi metteva del suo fischiettando e cantando romanze d'opera.
Dalla terza porta, proprio di fronte alla scala, si andava in casa di Carlone; e da lì veniva l'odore del mangiare. Mentre Vera stava per metter piede dal calzolaio, si aprì la porta di casa e ne venne fuori una graziosa, piccola donna con una veste lunga a fiorellini e sopra un grembiule immacolato che reggeva un vassoio con una tazza di caffè, zucchero e un piattino con dei biscotti fatti in casa. Fece una specie di inchino con la testa e la precedette nella stanza del ciabattino... Vera era la prima volta che andava lì e non conosceva nessuno dei due, ma neppure loro l'avevano mai vista. Cosa incredibile in un paese così piccolo! Si dissero l'un l'altro dopo le presentazioni. E poiché agli stivaletti di Vera c'era da fare ancora un ritocchino, Vera accettò di andare a prendere il caffè dalla moglie del ciabattino che si chiamava Carla; per tutti Carlina.
A parte avere lo stesso nome la coppia era singolare: lui grande e grosso come quei San Cristoforo che si trovano dipinti su tante pareti con Gesù bambino a cavalluccio, un volto infantile e atteggiamenti da popolano, una grassa risata, una voce cavernosa; lei piccola, non solo per il confronto con il marito, un visino aristocratico, uno sguardo acuto, un parlare lento e sottile intervallato da sorrisi celati dietro la mano.
Presero il caffè nella grande cucina sedute su due basse sedie impagliate ricoperte di stoffa e cuscini allegramente ricamati, davanti al camino.
"Non siete di qui? " disse Vera
"Vengo dalla Sicilia: ma ormai sono tanti anni. Ho conosciuto laggiù lui che faceva il militare; l'ho sposato e l'ho seguito."
Vera assentì con la testa, poi la sua attenzione fu attratta da due librerie piene zeppe.
Se ne stupì e le indicò con curiosità.
Carla con estrema naturalezza rispose che era una maestra nel senso che aveva studiato per maestra, ma che dal matrimonio non aveva più insegnato e aggiunse:
" E' una storia lunga…." E sospirò.
"Maestra?!!"
Vera fu come folgorata da un idea e non ci pensò neppure un secondo a formularla.
"Sarebbe possibile per Voi, certo pagandovi, prendere cura di alcuni bambini, insegnar loro… qui mi pare ci sia posto….."
"Ma che dite?! La scuola c'è già…. Io non sono autorizzata… Non vi capisco"
"Parlavo di bambini piccoli che ancora non possono andare a scuola ma già parlano, camminano…Veramente uno no… E di altri che finita la scuola non sanno dove andare."
"Continuo a non capirvi…" disse Carla facendosi rossa, rossa.
Vera raccontò la storia di Alfonso e della famiglia. Carla si commosse, ma disse che ci doveva pensare.
"Giusto, ma fate in fretta!"
Né Vera né Carla potevano immaginare che da quel caffè sarebbe nato una specie di asilo, e di dopo scuola per i bambini del paese e l'unica amicizia per le due donne.
Carlina ci pensò su giusto una notte.
E a casa di Carlina arrivarono altri bambini (oltre a quelli di Alfonso) e siccome più o meno erano tutti poveri, le due amiche si dettero da fare per venir loro incontro in mille maniere. Chi poteva pagava qualcosa; i più pagavano in natura, con piccole cose o servizi. Facevano lì anche il pranzo e Carlina ci teneva ad insegnare la buona educazione a tavola; a mangiare di tutto e non lasciare roba nel piatto. I viveri venivano dai poderi di Vera ma anche dai genitori.
Chi passava sotto le finestre sentiva il cinguettio degli uccelli di Carlone e dei bambini di Carlina. Sentiva canzoncine, filastrocche ma imparavano anche, i più grandicelli, a fare le aste e i puntini. Si imparava a far la calza, ad attaccare un bottone, il punto erba ed il punto quadro. A piantare un chiodo ed un alberello.
Si pregava e il pievano aveva lodato Carlina pubblicamente dal pulpito proprio alla messa solenne. Facendola diventare come la brace.
La prima cosa che avevano fatto e si erano tanto divertite erano andate in città a cercare materiale per arredare a misura di bambini e per farli giocare. Durante il tragitto si raccontarono la loro storia che era simile: tutte e due si erano sposate contro il volere della famiglia e erano andate lontano. E Carlina, che era ricca di famiglia, non aveva avuto nemmeno un centesimo, anzi, nemmeno il corredo che era già pronto nella cassa! Ma un anno dopo con sua grande sorpresa aveva ereditato da una zia che era rimasta signorina una bella fortuna e così si erano comprati quel grande appartamento e tutta l'attrezzatura per Carlone che si era messo in proprio. Facevano vita ritirata dispiasciuti che i figli non arrivassero. Ma ora c'erano tutti quei bambini e prima di entrare in casa e prima di andarsene passavano a salutare Carlone E lo riempivano di gioia.

Vera e Carla presero a vedersi regolarmente due volte la settimana. Erano insieme, il 12 marzo 1939, quando la radio dette notizia dell'incoronazione del nuovo papa, il principe Pacelli, che prese il nome di Pio XII e da allora Carlina sospirava di andare a Roma a vederlo!
Vera era felice ma un coltello le girava nel petto: sentiva che Carla con lei era trasparente come acqua di fonte, che niente le nascondeva di ora e di prima nella sua vita, ma lei aveva taciuto la sua vera storia in America e taceva sulla relazione con Cesare.
Quest'amicizia scaldò molto il cuore di Vera insieme alle lezioni di Amadeo anche perché una leggera incrinatura si stava aprendo con Cesare che in più di una occasione le aveva dato l'impressione ronzasse intorno a qualche altra.
In città andava meno; Virginia se ne lamentava ma veniva consolata da Renata che trovandosi laggiù la coccolava e ascoltava tutte le sue confidenze e anche quelle di Rebecca con le nubi che si addensavano sempre più sulla testa dei suoi genitori ebrei.
Nubi anche per Amadeo: bisognava trovare una nuova soluzione e venne il momento buono il giorno della trebbiatura nel podere più lontano.


 

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