IL CARO VECCHIO NOAM

Il controllo sull'Iraq aumenterà la potenza strategica degli Usa rispetto ai loro rivali
Internazionale 598, 7 luglio 2005
Nel suo discorso del 28 giugno il presidente Bush ha detto che l'invasione dell'Iraq è stata decisa nel quadro della "guerra globale contro il terrore" che gli Stati Uniti stanno conducendo. In realtà, come era prevedibile, l'invasione ha alimentato il terrorismo.Fin dall'inizio le motivazioni ufficiali degli Stati Uniti per attaccare sono state contraddistinte da mezze verità, disinformazione e secondi fini. E le recenti rivelazioni sulla corsa alla guerra spiccano in mezzo al caos che devasta l'Iraq e minaccia tutta la regione, anzi: il mondo intero.Nel 2002 gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno detto di avere il diritto d'invadere l'Iraq perché stava mettendo a punto armi di distruzione di massa. Dopo l'invasione, però, hanno ammesso che quelle armi non c'erano. A quel punto il sistema propagandistico del governo e dei mass media ha cominciato a trovare nuove giustificazioni. "Agli americani non piace pensare di essere degli aggressori, ma quella all'Iraq è stata un'aggressione bella e buona", ha concluso John Prados, esperto di sicurezza nazionale e di intelligence, nel suo libro uscito nel 2004 e intitolato Hoodwinked (Raggirati).La "macchinazione" di Bush per "convincere gli Stati Uniti e il mondo che la guerra era necessaria e urgente" è definita da Prados "un caso esemplare di disonestà di un governo… con dichiarazioni pubbliche palesemente contrarie al vero e una evidente manipolazione dell'intelligence".Il memorandum di Downing street, pubblicato il 1 maggio sul Sunday Times di Londra insieme ad altri documenti riservati recentemente resi disponibili, rende ancor più evidente l'inganno. Il documento si riferisce a una riunione del gabinetto di guerra di Blair del 23 luglio 2002, in cui il capo dello spionaggio estero britannico, sir Richard Dearlove, pronunciò una frase ormai storica: "Le informazioni dell'intelligence e i fatti sono stati ritoccati per adattarli alla scelta politica" di attaccare l'Iraq. Nel memo si cita il ministro della difesa della Gran Bretagna, Geoff Hoon, secondo cui "gli Stati Uniti hanno già cominciato a mettere sotto pressione il regime".A quanto pare con questo si voleva dire che era in corso una campagna di guerra aerea lanciata dalla coalizione per provocare Baghdad e spingere Saddam a compiere qualche gesto che si potesse poi presentare come casus belli. Gli aerei da guerra hanno cominciato a bombardare il sud dell'Iraq nel maggio del 2002: solo quel mese, secondo cifre rese note dal governo britannico, sono state sganciate dieci tonnellate di bombe. "In altre parole", scrive il giornalista britannico Michael Smith, "Bush e Blair hanno cominciato la loro guerra non a marzo del 2003, come tutti credevano, ma alla fine dell'agosto 2002, cioè sei settimane prima che il Congresso approvasse l'intervento".Ufficialmente, i bombardamenti furono presentati come un'azione difensiva per proteggere gli aerei della coalizione nella zona d'interdizione al volo. L'Iraq protestò alle Nazioni Unite ma non cadde nel tranello della ritorsione. Per gli strateghi statunitensi e britannici l'invasione era una priorità rispetto alla "guerra al terrore".Lo rivelano i rapporti dei loro servizi segreti. Già alla vigilia dell'attacco, un rapporto riservato del National intelligence council – il centro di analisi strategica dell'intelligence – "prevedeva che un'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti avrebbe aumentato i consensi all'islamismo politico, provocando profonde divisioni nella società irachena e causando violenti conflitti interni". Lo hanno scritto Douglas Jehl e David E. Sanger a settembre sul New York Times.Naturalmente, il fatto che i più grandi strateghi fossero disposti a rischiare un'escalation del terrorismo non significa che la vedessero di buon occhio. Vuol dire che avevano altre priorità: per esempio, controllare le grandi risorse energetiche del mondo. Poco tempo dopo l'invasione, Zbigniew Brzezinski ha fatto notare, dalle pagine della rivista National Interest, che il controllo del Medio Oriente da parte degli Stati Uniti "gli conferisce un potere indiretto, ma politicamente decisivo, sulle economie europee e asiatiche che dipendono anch'esse dalle esportazioni energetiche provenienti dalla regione".Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere il controllo sull'Iraq aumenterà in misura significativa la loro potenza strategica e l'influenza sui loro grandi rivali nel mondo tripolare che sta prendendo forma da trent'anni e che si configura così: un Nordamerica dominato dagli Stati Uniti, poi l'Europa e l'Asia nordorientale – collegata alle economie dell'Asia meridionale e sudorientale.Si tratta di un calcolo razionale, basato sul presupposto che la sopravvivenza del genere umano non sia molto significativa rispetto al potere e alla ricchezza a breve termine. Questa non è una novità: sono temi che percorrono l'intera storia umana. Oggi, nell'era degli armamenti nucleari, la differenza è solo che la posta in gioco è molto più alta.

4 Comments:
Questo era il post piu' utile......... e nessuno sicuramente l'ha letto........
31 agosto, 2005 18:18
io l'ho letto
31 agosto, 2005 18:19
Anch'io. Commentare pero' e' inultile, visto che parla gia' chiaramente.....
31 agosto, 2005 18:45
no,è miche che è inutile!!!!
ahahahahahh
01 settembre, 2005 00:39
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