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martedì, marzo 07, 2006

LA VERGOGNA


A CHI ANCORA OSA DIRE: QUANDO C'ERA LUI...

A CHI VOTA I NUOVI FASCISTI (AMICI DEI MAFIOSI)

A CHI DIFENDE LA CHIESA CHE APPOGGIAVA IL REGIME

A CHI E' FIERO DI ESSERE ITALIANO SENZA VERGOGNARSI DEL PASSATO

A CHI NON CREDE CHE DOVREMMO PRENDERCI LA RESPONSBILITA' DELLE CRUDELTA' DEI NOSTRI PADRI

A CHI ANCORA PARLA DI RAZZE

A CHI SI CREDE APPARTENENTE A UNA CIVILTA' SUPERIORE

A CHI VUOLE ESSERE SORDO

Volevo tacere, ma non è facile....

Buona Lettura.


"Italiani brava gente"?
di Angelo Del Boca


"Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di iprite, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni. Le pagine nere dei crimini commessi dalle truppe italiane in Eritrea, Somalia e Libia. Una politica coloniale all'insegna del mito sugli «italiani, brava gente». L'Italia repubblicana non ha ancora fatto i conti con l'«avventura coloniale» del fascismo, favorendo una storiografia moderata o revanscista."
I paesi europei che hanno partecipato alla spartizione dell'Africa, si sono macchiati, tutti, indistintamente, dei peggiori crimini.
E' un dato suffragato da episodi sui quali esiste, nella memoria e negli archivi, una documentazione imponente.
Cominciarono i boeri, due secoli fa, massacrando le popolazioni indigene del Sudafrica, in modo particolare gli Ottentotti, gli Zulù e gli Ama Xosa.
Gli inglesi non furono da meno, nel Sudan, quando si trattò di annientare la resistenza mahdista.
Negli stessi anni i francesi demolivano, l'uno dopo l'altro, i regni Bambara, Mossi, Fulbe, Mande, Yoruba, dalla Mauritania al Ciad, dal Senegal al Gabon.
Poi intervennero i tedeschi, i quali fecero scempio degli Herero e dei Nama, nell'attuale Namibia, mentre i belgi colonizzavano il Congo con metodi spietati.
Le stragi di popolazioni africane continuarono anche dopo la seconda guerra mondiale, quando il periodo coloniale sembrava ormai concluso.
Come dimenticare le repressioni del maggio 1945, nella regione di Costantina, a causa delle quali persero la vita dai 20 ai 50mila algerini? E la caccia al malgascio, dopo l'insurrezione del 1947, che fece, secondo le stime dello stesso Alto Commissario in Madagascar, Pierre de Chevigné, «più di centomila morti»? E che dire della campagna contro i Mau Mau del Kenya, fra il 1952 e il 1956, con un bilancio di 10.527 uccisi e 77mila incarcerati? Ma un autentico genocidio di un popolo si sarebbe verificato in Algeria, fra il 1954 e il 1961, quando i francesi, nel folle, antistorico tentativo di conservare alla Francia la sua più antica colonia, scatenavano una guerra che avrebbe causato un milione di morti.
Tanto nel periodo della liberaldemocrazia che durante i vent'anni del regime fascista, il comportamento dell'Italia nelle sue colonie di dominio diretto non fu dissimile da quello delle altre potenze coloniali. Impiegò i metodi più brutali sia nelle campagne di conquista che nel periodo successivo, stroncando ogni tentativo di ribellione. Con l'avvento del fascismo, poi, le condizioni dei sudditi coloniali si fecero ancora più precarie, soprattutto perché fu messa a tacere in Italia l'opposizione, tanto in Parlamento che negli organi di informazione. Grazie infine alle più capillari pratiche censorie, furono tenuti nascosti agli italiani episodi di inaudita gravità, come, ad esempio, la deportazione di intere popolazioni del Gebel cirenaico, la creazione nella Sirtica di quindici letali campi di concentramento, l'uso dei gas durante il conflitto italo-etiopico, le tremende rappresaglie in Etiopia dopo il fallito attentato al viceré Graziani.
Quando Mussolini arrivò al potere, la riconquista della Libia era appena iniziata, mentre sulle regioni centrali e settentrionali della Somalia il dominio italiano era soltanto virtuale. A Mussolini, più che ai suoi generali, va dunque la responsabilità di aver adottato i metodi più crudeli per riconquistare le colonie pre-fasciste e per dare, con l'Etiopia, un impero agli italiani.
a) L'impiego degli aggressivi chimici. Usati sporadicamente in Libia, nel 1928, contro la tribù dei Mogàrba er Raedàt, e nel 1930, contro l'oasi di Taizerbo, i gas vennero invece impiegati in maniera massiccia e sistematica durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36 e nelle successive operazioni di «grande polizia coloniale» e di controguerriglia. L'Italia fascista aveva firmato a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri venticinque paesi, un trattato internazionale che proibiva l'utilizzazione delle armi chimiche e batteriologiche, ma, come abbiamo visto, neppure tre anni dopo violava il solenne impegno usando fosgene ed iprite contro le popolazioni libiche.
In Etiopia le violazioni furono così numerose e palesi da sollevare l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale. Le prime bombe all'iprite furono lanciate sul finire del 1935 per bloccare l'avanzata dell'armata di ras Immirù Haile Sellase, che puntava decisamente all'Eritrea, e quella di ras Destà Damtèu, che aveva come obiettivo Dolo, in Somalia. In tutto, durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36, furono sganciate su obiettivi militari e civili 1.597 bombe a gas, in prevalenza del tipo C.500-T, per un totale di 317 tonnellate. Altre 524 bombe a gas furono lanciate, tra il 1936 e il 1939, durante le operazioni contro i patrioti etiopici. Se si aggiunge, infine, che durante la battaglia dell'Endertà furono sparati dalle batterie di cannoni di Badoglio 1.367 proiettili caricati ad arsine, non si è lontani dal ritenere che in Etiopia siano stati impiegati non meno di 500 tonnellate di aggressivi chimici.
b) I campi di sterminio. Con il fascismo le vessazioni nei confronti degli indigeni raggiunsero livelli mai prima segnalati. Dall'esproprio dei terreni, dalla confisca dei beni dei «ribelli», dal diffuso esercizio del lavoro forzato, si passò alla deportazione di intere popolazioni e alla loro segregazione in campi di concentramento, che soltanto la cinica prosa dei documenti ufficiali aveva il coraggio di definire «accampamenti». Il più noto e drammatico di questi trasferimenti coatti avvenne in Cirenaica nel 1930, dopo che Graziani aveva fallito il tentativo di domare la ribellione capeggiata da Omar el-Mukhtàr. Su ordine del governatore generale Badoglio, il quale era convinto che la rivolta si sarebbe potuta infrangere soltanto spezzando i legami tra gli insorti e le popolazioni del Gebel cirenaico, Graziani predisponeva il trasferimento di 100mila civili dalla Marmarica e dal Gebel el-Ackdar ai campi di concentramento che aveva fatto costruire nella Sirtica, una delle regioni più inospitali dall'Africa del Nord. Quando i lager vennero definitivamente sciolti nel 1933, i sopravvissuti erano appena 60mila. Gli altri 40mila erano morti durante le marce di trasferimento, per le pessime condizioni sanitarie dei campi (per i 33mila reclusi nei lager di Soluch e di Sidi Ahmed el-Magrun c'era un solo medico), per il vitto insufficiente e spesso avariato, per le inevitabili epidemie di tifo petecchiale, dissenteria bacillare, elmintiasi, per le violenze compiute dai guardiani e per le esecuzioni sommarie per chi tentava la fuga.
I campi di sterminio nella Sirtica non furono i soli. Memore della loro macabra efficacia, Graziani ne istituì uno anche in Somalia, a Danane, a sud di Mogadiscio. Secondo Micael Tesemma, un alto funzionario del ministero degli Esteri etiopico, che fu recluso a Danane per tre anni e mezzo, dei 6.500 etiopici e somali che si avvicendarono nel campo, tra il 1936 e il 1941, 3.171 vi persero la vita.
Un secondo campo fu istituito nell'isola di Nocra, in Eritrea. Qui le condizioni di vita erano anche più intollerabili, perché i detenuti erano costretti al lavoro forzato nelle cave di pietra, con temperature che a volte raggiungevano i 50 gradi. L'alto tasso di mortalità a Nocra era causato principalmente dalla malaria e dalla dissenteria, poi dal cattivo nutrimento e dalle insolazioni.
c) Le stragi. L'intera storia delle conquiste coloniali italiane è punteggiata da stragi e da esecuzioni sommarie. Ma vi sono episodi che emergono per la loro spiccata gravità. Nella notte del 26 ottobre 1926, ad esempio, avendo saputo che lo scek Ali Mohamed Nur, un capo religioso ostile all'Italia, era sfuggito all'arresto e si era barricato con i suoi seguaci nella moschea di El Hagi, a Merca, una cinquantina di coloni italiani di Genale, ex squadristi, armati di moschetti e di fucili da caccia, puntò su Merca, circondò la moschea e trucidò tutti i suoi occupanti, un centinaio di somali. Il massacro sarebbe stato anche più ingente se, al mattino, a sostituire gli squadristi, che intendevano liquidare tutta la popolazione indigena della zona, non fossero intervenuti i reparti dell'esercito.
Dalla Somalia passiamo alla Libia. Nel febbraio del 1930, alla fine delle operazioni per la riconquista del Fezzan, Graziani spinse un migliaio di mugiahidin, con le loro famiglie, verso il confine con l'Algeria e poiché non fece in tempo ad intrappolarli, per due giorni consecutivi lanciò tutti gli aerei a sua disposizione sulle mehalla in fuga. Fu una carneficina, come testimonia lo stesso inviato de Il Regime Fascista, Sandro Sandri, il quale assistette ai bombardamenti e mitragliamenti del «gregge umano composti, oltreché degli armati, da una moltitudine di donne e bambini».
Ma è in Etiopia, nel cristiano e millenario impero del Prete Gianni, che furono consumati i più orrendi eccidi, alcuni dei quali non ancora studiati a fondo per cui il numero delle vittime potrebbe ancora aumentare. Cominciamo con le stragi compiute ad Addis Abeba dopo l'attentato del 19 febbraio 1937 al viceré Graziani. Per tre giorni, su ordine del segretario federale della capitale, Guido Cortese, fu impartita agli etiopici, che erano assolutamente estranei all'attentato, una «lezione indimenticabile». Alla selvaggia repressione presero soprattutto parte camicie nere, civili italiani ed ascari libici e fu condotta, come riferisce un testimone degno di fede, il giornalista Ciro Poggiali, «fulmineamente, coi sistemi del più autentico squadrismo fascista». Quando, il 21 febbraio, Graziani diramò, dall'ospedale in cui era stato ricoverato per le ferite subite, l'ordine di cessare la rappresaglia, la capitale era disseminata di cadaveri. Mille morti, secondo Graziani; da 1.400 a 6.000, secondo le stime dei testimoni stranieri; 30mila, a sentire gli etiopici.
Cessata la strage in Addis Abeba, la repressione continuò in tutte le altre regioni dell'impero. Si dava soprattutto la caccia agli indovini e ai cantastorie, ritenuti responsabili di aver annunciato nelle città e nei villaggi la fine prossima del dominio italiano in Etiopia. Secondo una relazione del colonnello Azolino Hazon, la sola arma dei carabinieri passò per le armi, in meno di quattro mesi, 2.509 indigeni. Alle operazioni repressive partecipò anche l'esercito. Al generale Pietro Maletti venne infatti affidato l'incarico di punire i religiosi della città conventuale di Debrà Libanòs, ingiustamente sospettati di aver favorito l'attentato a Graziani ospitando i due esecutori materiali, gli eritrei Abraham Debotch e Mogus Asghedom. Tra il 18 e il 27 maggio 1937 Maletti portò a termine la sua missione fucilando 449 monaci e diaconi.
Queste cifre le abbiamo desunte dai dispacci che Graziani inviava quotidianamente a Mussolini, e fino a qualche tempo fa le ritenevamo attendibili poiché Graziani ha sempre avuto la tendenza a non celebrare, e soprattutto a non ridurre, le cifre della sua macabra contabilità. Il viceré, infatti, commentando la strage di Debrà Libanòs non aveva mostrato alcuna reticenza nel sottolineare l'estremo rigore della punizione: «E' titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d'animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall'Abuna all'ultimo prete o monaco».
Ma dovevo sbagliarmi sulle cifre della strage. Due miei collaboratori, Ian L. Campbell, dell'Università di Nairobi, e Degife Gabre-Tsadik, dell'Università di Addis Abeba, compivano fra il 1991 e il 1994 alcuni accurati sopralluoghi nelle località in cui Maletti decimò il clero copto e giunsero alla conclusione, dopo aver intervistato alcuni superstiti della strage e alcuni testimoni delle operazioni di Maletti, che le cifre riferite da Graziani erano del tutto inattendibili. In realtà, le mitragliatrici di Maletti hanno abbattuto a Debrà Libanòs, Laga Wolde e a Guassa, non 449 tra preti, monaci, diaconi e debteras, ma un numero di religiosi che si aggira tra i 1.423 e i 2.033. Data la serietà dei due ricercatori e il numero delle testimonianze raccolte, nel 1997 pubblicavo il loro lungo rapporto sul numero 21 di «Studi Piacentini».
Questa non è che una sintesi molto lacunosa dei torti che l'Italia fascista ha fatto alle popolazioni africane da essa amministrate. Dovremmo infatti anche parlare delle leggi razziali, che confinavano gli indigeni nei loro ghetti, anticipando di vent'anni i rigori e gli abusi dell'apartheid sudafricana. Dovremmo ricordare i limiti imposti all'istruzione, tanto che in settant'anni di presenza italiana in Africa nessun indigeno ebbe la facoltà e i mezzi per ottenere un diploma o una laurea. Dovremmo infine ricordare che ai sudditi africani erano riservati soltanto ruoli subalterni, i più modesti ed umilianti. Un fatto del genere non accadeva nelle colonie africane della Francia e della Gran Bretagna.
Questi crimini furono accuratamente nascosti agli italiani con tutti gli strumenti di cui può disporre una dittatura. E se qualche verità filtrava all'estero, ad esempio sui gas impiegati in Etiopia, il regime reagiva rabbiosamente sostenendo che un popolo che stava portando la civiltà in Africa non poteva macchiarsi di tali infamie.
Molti testimoni italiani di stragi o dell'impiego delle armi chimiche si decideranno a svelare i loro segreti soltanto trenta, quaranta, cinquanta anni dopo gli avvenimenti e sempre con qualche reticenza. Altri, invece, e sono i più numerosi, non hanno mai testimoniato sui crimini, perché non li ritenevano tali, ma li consideravano normali pratiche per tenere a freno popolazioni che giudicavano barbare. Molti, fra costoro, si sono fatti fotografare in posa dinanzi alle forche o reggendo per i capelli teste mozze di patrioti etiopici.
Questa macabra, allucinante documentazione fotografica è visibile negli Archivi storici di Addis Abeba e proviene dagli uffici degli organi giudiziari italiani scampati alle distruzioni della guerra, o dai portafogli degli italiani finiti prigionieri degli etiopici alla caduta dell'impero.
Il mito degli «italiani brava gente» cominciò ad affermarsi quando ancora l'Italia era impegnata in Africa a difendere i suoi territori. Se si sfogliano le riviste coloniali dell'epoca si nota l'insistenza con la quale il regime fascista cercava di accreditare la tesi dell'italiano impareggiabile costruttore di strade, ospedali, scuole; dell'italiano che in colonia è pronto a deporre il fucile per impugnare la vanga; dell'italiano gran lavoratore, generoso al punto da porre la sua esperienza al servizio degli indigeni. Si tentava, insomma, di costruire il mito di un italiano diverso dagli altri colonizzatori, più intraprendente e dinamico, ma anche più buono, più prodigo, più tollerante. Insomma il prodotto esemplare di una civiltà millenaria, illuminato dalla fede cattolica, fortificato dalla dottrina fascista. Questo mito sopravviverà alla sconfitta nella seconda guerra mondiale e impregnerà tutti i documenti che i primi governi della Repubblica presenteranno alle Nazioni unite o ad altre assise internazionali nel tentativo, fallito, di salvare, se non tutte, almeno le colonie prefasciste.
Non soltanto resisteva il mito degli «italiani brava gente», ma si impediva con ogni mezzo che si svolgesse nel paese un sereno e costruttivo dibattito sul colonialismo. Gli effetti del mancato dibattito sono visibili, come sono palesi i danni arrecati. Il primo dato negativo è la rimozione quasi totale, nella memoria e nella cultura storica dell'Italia, del fenomeno dell'imperialismo e degli arbitri, soprusi, crimini, genocidi ad esso connessi. A 117 anni dallo sbarco a Massaua del colonnello Tancredi Saletta, a 91 dallo sbarco del generale Caneva a Tripoli, a 67 dall'aggressione fascista all'Etiopia, l'Italia repubblicana non ha ancora saputo sbarazzarsi dei miti, delle leggende, delle contraffazioni che si sono formate nel periodo coloniale, mentre una minoranza non insignificante di reduci e di nostalgici li coltiva amorevolmente e li difende con iattanza.
Non soltanto è stato contrastato ogni tentativo di aprire un dibattito a livello nazionale sul colonialismo, che coinvolgesse storici, forze politiche ed opinione pubblica, ma si è anche tentato, da parte di alcune istituzioni dello Stato, di esercitare il monopolio su alcuni archivi per impedire che affiorasse la verità, mentre una storiografia di segno moderato o revanscista favoriva palesemente la rimozione delle colpe coloniali.
A quando i processi postumi ai Badoglio, ai Graziani, ai De Bono, ai Lessona, ai Cortese, ai Maletti e a tutti gli altri responsabili dei genocidi africani rimasti impuniti? A quando la verità nei libri di testo scolastici, che ignorano persino l'argomento? A quando la proiezione sulla Tv di Stato dell'inchiesta televisiva «Fascist Legacy» di Ken Kirby e Michael Palumbo sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani? Come è noto, la Rai-Tv acquistò questo filmato dalla Bbc molti anni fa ma non lo ha mai trasmesso. Perché? Per quali veti? Per quale ipocrita riserbo? Per quale motivo è ancora proibito proiettare nelle sale Il Leone del deserto, il film di Akkad che narra l'epopea tragica di Omar el-Mukhtàr, impiccato da Graziani nel lager di Soluch?

* Del Boca è il più grande storico del colonialismo italiano. Boicottato dallo Spettacolo ovviamente, è comunque riuscito a pubblicare -per Laterza e altri editori- numerosi studi sull'argomento. Questo testo riassuntivo ci è stato inviato da un nostro collaboratore che l'ha scaricato dal sito www.comedonchisciotte.net

23 Comments:

G said...

Auguri a tutte le donne.....

__________________

Son la mondina, son la sfruttata,
son la proletaria che giammai tremo':
mi hanno uccisa, incatenata,
carcere e violenza, nulla mi fermo',

Coi nostri corpi sulle rotaie,
noi abbiam fermato i nostri sfruttator;
c'e' molto fango sulle risaie,
ma non porta macchiA il simbol del lavor,

E lotteremo per il lavoro,
per la pace, il pane e per la liberta',
e creeremo un mondo nuovo
di giustizia e di nuova civilta'.

Questa bandiera gloriosa e bella
noi l'abbiam raccolta e la portiam piu' in su
dal Vercellese a Molinella,
alla testa della nostra gioventu'.

E se qualcuno vuol far la guerra,
tutti uniti insieme noi lo fermerem:
vogliam la pace sulla terra
e piu' forti dei cannoni noi sarem

08 marzo, 2006 13:03  
Anonymous said...

Si vede proprio che stiamo entrando in campagna elettorale, il buon il compagno Willo, tolti i comodi e posticci abiti di tollerante progressista, spolvera il colbacco e scende in trincea.
Non te ne voglio per questo, ma il capello introduttivo all’interessantissimo testo riportato sugli studi di Angelo del Boca è davvero stucchevole e fazioso.

E’ verò l’Italia dovrebbe fare autocritica e analizzare il periodo Colonialista e chiedere scusa per quello che ha fatto i regime Fascista, come prima di noi sta facendo la Germania.

La crescita di un paese si misura anche e soprattutto dal suo grado di civiltà attuale, la nostra è una nazione ancora giovane e incapace di fare autocritica e soprattutto di pronunciare mea culpa.

Ma questo processo è un lungo processo di sensibilizzazione che fa fatto maturare con il tempo e non con le crociate morali, nei con i sensi di colpa.

Fortunatamente il Fascismo è morto con Mussolini, ma il retaggio degli abomini fatti continua a perseguitarci. Ritengo inutili le grida “al fuoco al fuoco, i Fascisti sono tra noi” di Gianmaria, credo che sia più utile e costruttivo un dibattito profondo e una auto analisi della nostra società.

Anche in questo la Germania si è dimostrata più nazione di noi, avviando da molti anni un dibattito interno e fortunatamente sta facendo progressi che noi ancora ci sogniamo.

Ma qualcosa si sta smovendo anche in Italia, ora si può parlare finalmente di Foibe, di terrorismo rosso e nero, di crimini commessi dai partigiani e non mi si dica che Giampaolo Pansa è di destra.

Io amo il mio paese, amo la bandiera che lo rappresenta e darei la vita per difenderlo, anche se mi rendo conto che ha delle colpe gravi e che dovrebbe chiedere scusa per molti crimini. Il prendere coscienza di errori del passato non significa vivere nella vergogna, ma saper alzare la testa e chiedere scusa agli eredi di quei sopravvissuti .

Italia è fatta da tanta brava gente, non credo che sia un mito. Non sono un mito le mondine citate da Giulia ne sono i mito i lavoratori che si sono spaccati la schiena per portare l’Italia dov’è oggi.
La nostra nazione cosi divisa da mille diversità e mille culture ha bisogno di una analisi profonda e non di slogan come questo :

A CHI E' FIERO DI ESSERE ITALIANO SENZA VERGOGNARSI DEL PASSATO

Lasciamo questi termini da casa del popolo e parliamo, dialoghiamo. Le urla , lo scambio di accuse si faranno rimanere fermi, in discussioni da barricate che non portano a nulla tranne l’incomprensione e l’irrigidimento verso le proprie idee.

Senza dubbio viviamo in un epoca dove la gente non dialoga più ma sa solo accusarsi. Ovviamente il Willo smentirà queste mie parole, affermerà che le sue sono solo provocazioni per il blog, ma si sa questo è il gioco delle parti.

W l’Italia

Enrico

08 marzo, 2006 15:07  
matteo said...

Ciao willo, ciao enrico, ciao giulia ... e ciao anche a chi ha riportato questo testo interessantissimo ... ma è tutta roba del willo?
Vi lascio con questa domanda...
O meglio ... il testo può anche essere del willo, ma il "cappello" ... mi ricorda il mio miglior "nemico"... vabbè sarà il freddo di questi giorni che mi fa sragionare.

Cose vere, terribili, triste soprattutto il fatto che nei testi scolastici sono sicuro non appaiano.

Ma il cappello è tutto un programma...

A CHI DIFENDE LA CHIESA CHE APPOGGIAVA IL REGIME

Ma mi spieghi che cazzo c'entra?
Come il culo con le quarantott'ore... sento un'ombra che aleggia ancora in questo blog...sarà vero?

Matteo

08 marzo, 2006 15:33  
matteo said...

Anzi forse ho capito meglio quello che volevi scrivere e provo io ad introdurre questo testo...a modo mio chiaramente.

A CHI E' BRAVO A CRITICARE MA MOLTO POCO A STRUTTURARE

A CHI CREDE CHE IL DISSENSO SIA L'UNICA FORMA DI LOTTA

A CHI CREDE CHE ASTENERSI O NON PRESENTARSI SIGNIFICHI OPPORSI AD UN'IDEOLOGIA

A CHI CREDE IN UNA FACILE DIETROLOGIA E NON SI SBATTEZZA PER CONOSCERE IN PROFONDITA' UN ARGOMENTO

A CHI CREDE CHE BASTI UN COPIA INCOLLA PER CAPIRE IL SENSO DI UNA NOTIZIA

A CHI PENSA CHE PER CAMBIARE IL MONDO BASTI SAPER DIRE DI NO E NON PROPORRE ALCUNCHE'

A CHI CREDE CHE UN PAESE SI FACCIA SOLO CON I FILOSOFI E I SAPUTELLI

A CHI NON CREDE NEL SUDORE DEI PEZZENTI

A CHI NON CREDE ALLA PAROLA PERDONO

A CHI NON CREDE CHE LE PERSONE POSSANO CAMBIARE

A CHI NON CREDE CHE IL MONDO POSSA ESSERE CAMBIATO

...ne avrei altre...ma poi divento palloso.

Matteo

08 marzo, 2006 15:45  
Anonymous said...

Giudizi della Chiesa su Mussolini

Pio XI: "Costui è l'uomo della Provvidenza".

Pio XII: "Il più grande uomo da me conosciuto, e senz'altro tra i più profondamente buoni".

08 marzo, 2006 19:03  
aeron said...

>Giudizi della Chiesa su Mussolini

>Pio XII: "" etc...

Pensa un po', Anonimo, quante cose non si è disposti a dire con una pistola puntata alla tempia...

08 marzo, 2006 19:10  
VAHAL said...

Berlusconi parla dell'Iraq e, sollecitato a fare un paragone tra Saddam e Benito Mussolini, 'dimentica' l'assassinio Matteotti e lo squadrismo fascista e azzarda: "Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino".


Sulla banca Rasini, dove il padre Luigi Berlusconi lavora per tutta la vita, da semplice impiegato a direttore generale, ecco la risposta di Michele Sindona (bancarottiere piduista legato a Cosa Nostra e riciclatore di denaro mafioso) al giornalista americano Nick Tosches, che nel 1985 gli domanda quali siano le banche usate dalla mafia: "In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in piazza Mercanti". Cioè la Rasini, dove - ripetiamo - Luigi Berlusconi, padre di Silvio, ha lavorato per tutta a vita, fino a diventarne il procuratore generale. Alla Rasini tengono i conti correnti noti mafiosi e narcotrafficanti siciliani come Antonio Virgilio, Salvatore Enea, Luigi Monti, legati a Vittorio Mangano, il mafioso che lavora come fattore nella villa di Berlusconi fra il 1973 e il 1975.

Nel 1973 Berlusconi, tramite Marcello Dell'Utri, ingaggia come fattore (ma recentemente Dell'Utri l'ha promosso "amministratore della villa") il noto criminale palermitano, pluriarrestato e pluricondannato Vittorio Mangano. Il quale lascerà la villa solo due anni più tardi, quando verrà sospettato di aver organizzato il sequestro di Luigi d'Angerio principe di Sant'Agata, che aveva appena lasciato la villa di Arcore dopo una cena con Berlusconi, Dell'Utri e lo stesso Mangano. Mangano verrà condannato persino per narcotraffico (al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino) e, nel 1998, all'ergastolo per omicidio e mafia

Firmato:
L'ALTER EGO DEL GIULLARE STANCO

08 marzo, 2006 20:12  
VAHAL said...

A CHI E' BRAVO A CRITICARE MA MOLTO POCO A STRUTTURARE

A CHI CREDE CHE IL DISSENSO SIA L'UNICA FORMA DI LOTTA

A CHI CREDE CHE ASTENERSI O NON PRESENTARSI SIGNIFICHI OPPORSI AD UN'IDEOLOGIA

A CHI CREDE IN UNA FACILE DIETROLOGIA E NON SI SBATTEZZA PER CONOSCERE IN PROFONDITA' UN ARGOMENTO

A CHI CREDE CHE BASTI UN COPIA INCOLLA PER CAPIRE IL SENSO DI UNA NOTIZIA

A CHI PENSA CHE PER CAMBIARE IL MONDO BASTI SAPER DIRE DI NO E NON PROPORRE ALCUNCHE'

A CHI CREDE CHE UN PAESE SI FACCIA SOLO CON I FILOSOFI E I SAPUTELLI

UN UOMO CHIEDE: Troppo spesso però la gente vede gli attivisti come persone
sempre arrabbiate e cupe. Dovremmo creare una cultura stimolante e seducente,
per non sembrare solo tizi che passano il tempo a strillare slogan radicali.

NOAM CHOMSKY:
"Penso che a costruire il successo dei movimenti sociali siano state proprio le
persone che hanno agito in questo modo. Anche se la storia non si ricorda di
loro: non se ne fa menzione nei libri, nessuno ne conosce il nome.
Ed è così anche per i movimenti più recenti, come per esempio quelli contro la
guerra negli anni sessanta. Di recente sono usciti molti libri che raccontano
cosa succedeva nella sede dello SDN [Studente fon a Democratica Society], o
cosa aveva detto un tipo intelligente a un altro tipo intelligente, ma sono
cose che non hanno nulla a che fare con i motivi per cui il movimento per la
pace degli anni sessanta divenne un grande movimento di massa. Data la mia
partecipazione personale, che ovviamente è stata poco determinante, so chi ha
fatto le cose davvero importanti, e li ricordo tutti... Mi ricordo che un
certo studente si diede molto da fare per organizzare una manifestazione nella
qua
le ho avuto la possibilità di parlare, e con quanto entusiasmo cercavano di
coinvolgere gli altri. Gli piaceva quello che facevano, e in qualche modo lo
trasmettevano. Ecco che cosa determina il successo di un movimento popolare.
La storia però non si ricorda di loro ma solo di chi si è reso più visibile."

Firmato:
IL NUOVO RE DEI COPIA-E-INCOLLA

08 marzo, 2006 20:20  
Anonymous said...

Come è comodo copiare e incollare, neanche si fa la fatica di articolare il proprio pensiero, dargli voce in parole.
Forse è proprio questa pigrizia che ha portato al governo un tipo come Berlusconi. La comodità di scagliarsi in una crociata senza analizzare le radici che malessere della nostra società.
L’odio atavico della sinistra verso il nano portatore di democrazia, come lo definisce l’arguto Beppe Grillo, fa dimenticare la serie di motivi che ha portato un imprenditore con gli armadi pieni di scheletri a diventare presidente del Consiglio.
Mai in questi cinque anni di opposizione, ho sentito una critica costruttiva all’interno delle forze di opposizione. Una critica che avrebbe dovuto ricostruire il perché di una emorragia di consenso che ha scollato la popolazione dalla politica.
Il problema resta, probabilmente saremo governati per cinque anni da una coalizione che ha basato la sua forza, non sui programmi politici per cambiare il paese ma su una lotta senza quartiere verso un singolo uomo.
Ecco perché sono contento che la sinistra vada al potere, voglio vedere cosa saprà creare, come potrà essere unita una volta mandato in pensione in nanetto borioso.
Meriterebbe una analisi più approfondita il periodo che va dalla fine degli anni ottanta alla metà degli anni novanta. Siamo più di un decennio che non parliamo di politica vera, dei problemi del paese, degli interessi dei lavoratori, dei problemi dell’economia .
Sia a destra che a sinistra non vedo programmi, ma solo un reciproco scambio di accuse. Ma questo perché ? Che sia davvero il male Berlusconi ? Levato lui … resterà il vuoto delle argomentazioni tanto a destra quanto a sinistra.
Berlusconi ha cavalcato una rozza corrente di emozione populista e quindi lontana dai solotti buoni ideologico-politichi, che non ne poteva più di una classe politica arrivata alla frutta e che non ne poteva più di tangentopoli e dei governi che durano un anno solo, che non sa più come riciclarsi e ha finito pure le bugie da raccontare.
La cosa che rode tanto a destra quanto a sinistra e che Berlusconi abbia saputo affascinare una marea di votanti che non sapevano più identificarsi nei politici.
Qui si continua ad urlare come in parlamento, ci gridiamo colpe, ci rinfacciamo scheletri nell’armadio di quello o quell’altro politico ma non parliamo dei problemi veri.
Marciando con slogan “pace senza se e senza ma” non si risolvono i problemi come non si risolvono i problemi lanciando le bombe.
Che davvero non esista una terza via del confronto ?
Gli attivisti sono i miei preferiti, non capiscono un cazzo di quello che gli sta succedendo intorno ma protestano a priori su tutto, si scagliano in crociate ideologiche senza senso, ma il mondo va avanti dimenticandosi velocemente l’eco dei loro slogan stupidi. Poi come è giusto che sia, se quelli attivisti qualche volta arrivano nelle stanze dei bottoni, come spesso accade, diventano peggio dei Baroni che combattevano un tempo.
Perché ? Perché il male della nostra società non è Berlusconi. Il nanetto è solo il risultato dei nostri dibattiti urlati, delle mediocri diatribe senza scopo, degli slogan gridati dietro le barricate.
La libertà è in pericolo perché mentre noi stiamo a discutere sul g8 di Genova, sui social forum , sulle multinazionali, non ci rendiamo conto che i veri poteri forti i Italia non sono ne Berlusconi ne la classe politica.
Sono ad esempio le banche che controllano come e quando vogliono la politica e gli interessi primari del paese. Che dite è facile controllare un partito che ha 500 milioni di euro di debito con le banche ? Secondo me si. Ci sarebbe da chiedersi come hanno fatto i DS a restituire 400 di quei 500 milioni di debito alle banche. La butto li …indovinate quale banca tra le tante doveva intascare il debito dei Ds. La banca popolare italiana… Le somme tiratele voi alla luce di quello che è successo negli ultimi mesi.
Mentre si continua a discutere e si da addosso a quello o quell’altro politico non ci rendiamo contro che quei politici tanto odiati non sono altro che marionette mosse ad arte per distrarci, i burattinai sono altrove e non mi stupirei che sono gli stessi che con una mano muovono le marionette della politica e con l’altra mano muovono le marionette del dissenso.

Enrico

09 marzo, 2006 00:39  
Anonymous said...

ENRICO,
grazie per il tuo intervento sul quale concordo in buona parte.

Come ho già scritto, mi sento stanco, quindi ho deciso di riportare solo citazioni estratte dalle mie ricerche in rete.

Non sono opinioni personali, ma materiale interessante su cui mi piace riflettere e far riflettere.

Vorrei solo chiedere a Gherardo (che è sempre benvenuto quaggiù) se crede sia giusto che un "uomo di Dio" messaggero e rappresentante della divinità di una chiesa come quella cristiana, possa comportarsi come un politico.
Dal mio punto di vista un papa, con o senza una pistola puntata alla testa, ha il dovere di seguire la volantà del suo dio, anche se questa lo può portare alla tomba.
Le mediazioni sono per i politici, non per gli uomini di fede...
...credo..

Firmato:
IL THECNO-VITERBESE

09 marzo, 2006 13:04  
Anonymous said...

Articolo 21
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo d'ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

09 marzo, 2006 21:38  
matteo said...

>Vorrei solo chiedere a Gherardo (che è sempre benvenuto quaggiù) se crede sia giusto che un "uomo di Dio" messaggero e rappresentante della divinità di una chiesa come quella cristiana, possa comportarsi come un politico.
Dal mio punto di vista un papa, con o senza una pistola puntata alla testa, ha il dovere di seguire la volantà del suo dio, anche se questa lo può portare alla tomba.
Le mediazioni sono per i politici, non per gli uomini di fede...
...credo..

Credi quello che vuoi credere.
Queste affermazioni mi fanno enire l'orticaria.
Il Papa avrebbe dovuto comportarsi come un martire? Probabilmente si, ma non l'ha fatto.
La Chiesa è fatta da uomini, non da Dio...non scordarlo.
E poi quanto siete bravi a criticare i preti...e i vostri pensatori, i vostri filosofi, i tuoi CHOMSKY...si sono sacrificati per quello in cui credevano vero?
...non credo...

Come dissi tempo fa a Tommaso dico a te oggi: ...si giudica la Chiesa dalle porte e non si entra. La si giudica senza appello, senza riserve, senza umnità e senza ricordarsi che è fatta di uomini...poi invece quando si giudicano movimenti libertini e apologie del relativismo...allora lì il metro si allarga, allarga...allarga....

09 marzo, 2006 23:26  
Anonymous said...

Il 22 settembre c'è una conferenza stampa dei generali Barrientos e Ovando che esibiscono il materiale fotografico trovato nelle grotte e negli accampamenti dei guerriglieri, nonché i passaporti cubani; in questa occasione si afferma che il gruppo capeggiato dal Che è stato localizzato nei pressi del villaggio La Higuera a Valle Grande. Ad Alto Seco, un villaggio di cinquanta case che i guerriglieri hanno occupato, Inti Peredo tiene, nelle piccole aule della scuola, un discorso sugli obiettivi della rivoluzione. Il 26, a Picacho, il mondo contadino in festa offre ai guerriglieri un menu raro, per quei giorni: uova, piccoli funghi cucinati in salsa piccante, dolci e ancora arance e ciambelle. Alcune donne chiedono al Comandante di ballare sul ritmo delle canzoni intonate da Coco Peredo con la sua chitarra. Il Che deve dire di no; educatamente, come suo solito, si scusa, non sta molto bene. Pochi giorni dopo, sempre nella zona di Valle Grande, il suo gruppo cade in un'imboscata. Muoiono Coco Peredo e Miguel Hernández Osorio; Gutiérrez Ardaya, Benigno, è ferito. Disertano Camba e León.

Ernesto Che Guevara viene fatto prigioniero l'8 ottobre del 1967 è portato nella scuola di La Higuera in cui rimane fino al 9 mattina; venne informato dell'arresto il Presidente della Bolivia, che alle nove di sera si reca dall'ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz e alla sua presenza telefona a Washington: la risposta fu che il Che doveva morire e subito, perché costituiva un grave pericolo per gli interessi degli Stati Uniti e della Bolivia. I motivi? L'opinione pubblica internazionale si sarebbe potuta mobilitare, gruppi di comunisti fanatici avrebbero potuto cercare di liberarlo e la Bolivia si sarebbe agitata. Era preferibile la sua morte, la sua distruzione totale. Un duro colpo per Cuba e per i movimenti rivoluzionari dell'America Latina, dissero! Decisero quindi di ucciderlo. Félix Ramos era un traditore, di origine cubana, agente della Cia, e partecipò all'uccisione del Che. I testimoni dissero che quando cercarono d'interrogare il Che usando la violenza, fu proprio lui che gli strappò parte della barba. Il Comandante, come suo solito, si ribellò; gli legarono le mani prima davanti e poi dietro, e il Che sputò in faccia proprio a Félix Ramos. In una delle foto che gli fecero prima di ucciderlo, si vede chiaramente che una parte della sua famosa barba gli era stata strappata. Gli spararono all'una e dieci del giorno 9.

10 marzo, 2006 12:55  
aeron said...

Dear Willo,

su Pio XII ci sono versioni così differenti che si combatte una specie di battaglia storiografica. Ci sono proprio i "colpevolisti" e non, un po' come per l'eccidio dei Templari.

Si va dal sanguinario connivente del nazionalsocialismo a colui che, con un atteggiamento 'diplomatico', ha salvato più gente di quanta ne poteva causare in altri modi.

Sulla questione posta da te, c'è anche il film di Costa Gavras, "Amen". Chiaramente, il regista prende una certa posizione. Sintetizzata alla perfezione dalla copertina: una croce rossa con i bracci uncinati.

Per quanto mi riguarda, ho in mente questo fanta-plot:

Pio XII dichiara: "I nazisti stanno sterminando tutti, sono nemici della chiesa, della cristianità, del popolo etc..."

Due giorni dopo, la Germania invade il Vaticano (e con esso, metà penisola!).

Che cosa avremmo migliorato esattamente?

10 marzo, 2006 19:45  
aeron said...

Uh, ho scritto "causare" invece che "salvare" nel post di prima. E' la vecchiaia.

10 marzo, 2006 19:46  
Anonymous said...

*i vostri filosofi, i tuoi *CHOMSKY...si sono sacrificati per *quello in cui credevano vero?
*...non credo...

La tua ignoranza in materia è abissale: TACI, per rispetto,
almeno, oppure documentati.

Il becchino

11 marzo, 2006 03:49  
Anonymous said...

becchino documentami sta fava !

11 marzo, 2006 17:38  
matteo said...

Hai solo l'esempio di che guevara willo?
un po poco...

11 marzo, 2006 18:08  
aeron said...

Piccolo sfogo da parte mia, visto che Chomsky è stato citato anche in topics precedenti.

Allora.

Noam Chomsky è un linguista.
Linguista, socio-linguista o quello che volete.

Il fatto che, tutto d'un tratto, gli sia garbata la scuola di Francoforte, tipo Adorno, Habermas etc... (quelli della critica del consumismo, per intendersi) e si sia improvvisato politologo o roba del genere,

non gli dà nessuna maledetta aura di profeta. E' un tizio che esprime le proprie opinioni, un po' come noi.

Evitiamo di sopravvalutare questi tizi.

E lo dico pur condividendo molte opinioni di Chomsky, compreso quelle sull'11 Settembre.

Però basta, voglio dire.
Citare Chomsky non è come citare Aristotele... o simili...

11 marzo, 2006 18:48  
Anonymous said...

è vero Matte, ho avuto poco tempo...
..ma oltre che stanco sono molto pigro al momento...
....hasta la victoria...
....siempre!!!

Firmato:
Il Morpheus Trasteverino!!!

11 marzo, 2006 19:12  
Anonymous said...

Intervengo veloce...
io vedo la fede come un atto d'amore, e io ho sempre pensato che l'amore sia una moneta unica, come posso spiegarmi....???
l'ho detto più volte e pochi sono stati daccordo con me..... e a volte dubito anch'io di questa mia idea...
ma in parole povere, credo che l'amore per un amico, la tua donna, tuo figlio, il tuo re, la tua squadra, la tua città, i tuoi genitori e il tuo dio, sia dello stesso tipo. Cioè, non credo che esistino diversi modi di pensare l'Amore, ma di sicuro questa moneta la si dispensa in maniera diversa a seconda della persona/cosa riferita.
Ma se il mio amore per Joaquin mio figlio è maggiore dell'amore verso un mio amico, non significa che siano due diversi tipi di amore.

Conclusa questa premessa, credo che se un uomo sceglie di omaggiare dio e donarsi a lui, io la vedo un po' come un'unione pari a quella che io ho con mio figlio, e posso tranquillamente affermare che per lui darei la mia vita senza pensarci due volte.
Questo mi porta a pensare che un devoto rappresentante di dio debba comportarsi alla stessa maniera quando gli eventi che transitano sul suo cammino offendano in maniera così abominevole il nome del suo dio.
Tutto qua.

Poi è verissimo che la chiesa è fatta di uomini, ma allora mi domando: che razza di uomo è colui che non darebbe la propria vita per un Amore così grande?

Mi rendo conto però che la mia è una idealizzazione della chiesa. Se la chiesa fosse fatta di gente "tosta" forse mi piacerebbe di più, mentre forse giustamente, è fatta di gente umile, lungi dall'essere eroica....
....non a caso il nostro Manzoni ce la presenta con un personaggio come Don Abbondio...

Riguardo a Chomsky....
...il famoso linguista (e attivista) è un po' di casa in questo blog. Lo avevo detto in un post passato, e lo ripeto adesso. Il libro "Capire il Potere" è stato per me cruciale e quindi devo molto al pensiero di Chomsky.

Anche lui però è solo un uomo...
....
...ma non sarà che forse viviamo su un pianeta di uomini????:))))

WILLOSKY

11 marzo, 2006 20:33  
aeron said...

Ah, hai ragione; tra l'altro è uno spettacolo vivere in un mondo di uomini. E di donne, soprattutto. ^__^

E comunque nella Chiesa c'è gente tosta e gente meno tosta.

Riguardo a Manzoni, ricordati che, sì, c'è proprio don Abbondio, ma c'è anche frate Cristoforo, forse uno dei più grandi personaggi della letteratura italiana.

12 marzo, 2006 15:57  
Anonymous said...

A conferma delle parole di Gherardo, allego l'ultimo post di Grillo.
Della serie, anche i Preti hanno le palle....

Bondi-Superciuk, dopo la celebre poesia dedicata all’elefantino per il suo compleanno:

“A Silvio
Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata
Vita vitale
Vita ritrovata
Vita splendente
Vita disvelata
Vita nova”

pubblicata su Vanity Fair , ha colpito ancora!

In preda a delirio alcolico ha inviato una lettera densa di significati pastorali a 25.000 parroci italiani in occasione delle elezioni.

"È, questo, il nostro modo di impegnarci per testimoniare la nostra fede. La prego di voler accogliere questo piccolo pensiero, la nostra semplice brochure, come un modo per condividere l'impegno difficile per l'affermazione della Verità Cristiana nella nostra società e nel tempo che ci è dato di vivere. Con questi sentimenti e pensieri voglia ricevere i miei più affettuosi saluti. Con viva cordialità. Suo devotissimo".
Sandro Bondi

Queste le parole di accompagnamento di Superciuk all'opuscolo: "I frutti e l'albero. Cinque anni di governo Berlusconi letti alla luce della dottrina sociale della Chiesa" inviato ai parroci italiani. Una brochure che elenca i provvedimenti in favore della Chiesa in questi anni, come la legge per la regolarizzazione degli insegnanti di religione, la legge per gli oratori, l'abolizione dell'Ici per gli enti ecclesiastici e non profit, la battaglia per il riferimento alle radici cristiane dell'Europa e la difesa del crocifisso nelle scuole.
E inoltre la legge per la fecondazione assistita, la nuova legge contro la droga, le missioni di pace nel mondo in Iraq, Afghanistan, Kosovo, l'indagine conoscitiva sulla legge 194 sull'aborto.

Un parroco gli ha risposto a nome della categoria rispedendo al mittente l'opuscolo.

"Signor Bondi,
sono abituato a dare alle parole il loro peso per cui a chiamarla "onorevole" dovrei coartare la mia coscienza.
Ho ricevuto l'inverecondo opuscolo che lei, immagino, ha inviato a tutte le parrocchie d'Italia.
Glielo restituisco senza nemmeno sfogliarlo e le ricordo che le parrocchie non sono discariche di rifiuti né postriboli nei quali si possa fare opera di meretricio.
Abbiamo una nostra dignità, noi sacerdoti, e non siamo usi a svendere per un piatto di fagioli il nostro patrimonio religioso, culturale, sociale ed umanistico che voi in cinque anni di malgoverno avete dilapidato.
Avete fatto razzia di tutto. Avete dissestato la finanza pubblica, avete ridotto alla fame gli enti locali da una parte e foraggiato, dall'altra, gli enti ecclesiastici cercando di comprarvi il nostro silenzio se non addirittura la nostra compiacenza.
Avete popolato il Parlamento di manigoldi, ladri e truffatori. Di 23 parlamentari condannati in via definitiva più della metà (13 per la precisione) fanno parte del vostro gruppo. Avete fornicato con il razzismo della Lega e con il fascismo di Rauti. Con voi i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri. Il vostro "Capo" in cinque anni ha quadruplicato il suo patrimonio, mentre le aziende del Paese andavano in crisi. Solo l'elettromeccanica, nell'ultimo quadrimestre del 2005, ha perso il 7,1% del suo fatturato.
I nostri pensionati, da qualche anno in qua, non solo non riescono più ad accantonare un soldo, ma hanno incominciato a rosicchiare il loro già risicati risparmi.
Avete speso energie e sedute-fiume in Parlamento per difendere a denti stretti le "vostre" libertà mentre il Paese rotolava al 41° posto quanto a libertà di stampa e pluralismo di informazione, dopo l'Angola.
Avete mercificato i lavoratori e ipostatizzato le merci.
Si tenga pure, signor Bondi, la sua presunzione di coerenza con la "dottrina sociale della Chiesa". Noi preti vogliamo tenerci cara la libertà di lotta e di contestazione contro la deriva liberista e populista della vostra coalizione".

Aldo Antonelli (parroco) - Antrosano

Ps: Superciuk : per la sua fama nel mondo degli appassionati di fumetti e non, Superciuk è quasi più famoso di Alan Ford. È il mitico Robin Hood al contrario, che ruba ai poveri per dare ai ricchi. La sua arma è la fiatata alcolica, che l'eroe alimenta in un primo momento con del barbera di pessima qualità e poi con un mix micidiale, i terribili pomodori cipollati. Superciuk, il vendicatore grasso e mascherato, nella vita borghese è uno spazzino perennemente soggetto alle angherie della compagna (da Wikipedia).


W.

14 marzo, 2006 19:10  

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