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a mio figlio Mario |
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Non esiste una sola volta in cui Nino Barone si sia cimentato in una esibizione anche improvvisata tra amici durante la quale uno di noi non gli abbia proposto di pubblicare un libro delle sue poesie. Oggi finalmente la nostra insistenza viene premiata, ed il libro di poesie di Nino Barone diviene una realtà.
Nino Barone nasce ad Erice (TP) 34 anni fa in questa controversa terra di Sicilia tanto bella per le ricchezze paesaggistiche culturali vantate quanto amara per i problemi di carattere socio-economico che da troppo tempo affliggono questo lembo d’Italia, per molti motivo di fuga a causa delle scarse occasioni di lavoro. Del popolo di Sicilia Barone coglie l’identità principale: il dialetto.
Nino inizia a cimentarsi con la poesia all’età di 10 anni scrivendo in dialetto trapanese. Con la maturità però, in ragione dei vari meeting di poesia in cui il poeta partecipa anche a livello regionale, evolve il suo trapanese in siciliano in maniera tale da poter essere facilmente apprezzato da tutto il popolo di Sicilia.
La fonte di maggiore ispirazione del poeta specie nel periodo che va dai 20 ai 30 anni è sicuramente la Processione dei Misteri ( manifestazione a carattere religiosocce si tiene ogni anno a Trapani il Venerdì Santo nella quale viene rappresentata mediante gruppi statuari, la passione e la morte del Cristo ), non a caso viene da molti conosciuto come “ ‘u pueta dî Misteri”.
Tra li cunventi, chiesi e munasteri,
s’allonga comu nenti la sfilata;
è chistu ‘u jornu santu dî Misteri,
chi finisci câ Matri Addulurata.
Nino Barone ha vissuto sin da piccolo negli ambienti della processione, sia perché figlio di Console ( membro del comitato organizzatore ), sia perché all’età di 9 anni era già figura attiva all’interno della sacra rappresentazione.
Crescendo, l’amore per la secolare processione è divenuto sempre più forte, e Nino Barone, ormai raggiunta l’età adulta, affiancherà il padre nel ruolo di Console del gruppo dell’ “ Arresto “, carica che ricopre fino ad oggi.
La forza del poeta è proprio la sua capacità di far rivivere con i suoi versi le sensazioni condivise dai partecipanti alla sacra manifestazione dando quasi la percezione di sentire persino gli odori oltre che le immagini della processione.
Dâ Maronna n’arreta lu sapuri,
nun ci su’ cchiù palori pi spiegari,
soccu ‘n Trapani, pi tutti chisti uri
vittimu ‘n menzu ‘i strati caminari.
Barone non si limita solo a descrivere emozioni e sensazioni vissute durante la processione, ma estende il suo repertorio raccontando aneddoti, personaggi ed episodi legati alla sacra manifestazione e, dimostrando coraggio e schiettezza, critica con spirito costruttivo aspetti poco edificanti della stessa. Delizioso è infine il dialogo tra il poeta e la Musa dei Misteri, quando in un momento di sconforto il poeta aveva deciso di non scrivere ma soprattutto di non declamare più versi sui Misteri a causa di talune incomprensioni con il solito invidioso di turno.
Ma Nino Barone non è solo il poeta dei Misteri. Anzi è il caso di dire che negli ultimi anni ha sempre più allargato il suo orizzonte poetico verso altri argomenti con la medesima capacità interpretativa e narrativa dei sentimenti della natura umana.
Un argomento sovente trattato è la descrizione del rapporto e dei sentimenti nutriti con le persone a lui care.
Particolare stima e rispetto manifesta nei confronti del Padre, uomo semplice, ma dai sani principi che è sempre stato modello per la sua vita. Proprio nel rapporto con il padre, Barone scrive una delle poesie a mio parere meglio riuscite: “ ‘A STRATUZZA “ che mi ricorda un po’ il Pinocchio dei tempi nostri. Racconta di un padre che indica al figlio la strada dura, faticosa:
Sippuru è ruvinata,
nun c’è l’asfaltu ‘n terra,
ma sangu meu sta strata,
ti porta ‘n Inghilterra.
ed il figlio invece, vittima delle tentazioni di una strada bella e facile da percorrere:
Acciancu a ata trazzera
‘na strata pi passiari;
chi bedda pi com’era
jò la vulìa pigghiari.
Un’ altra delle poesie meglio riuscite, a parere di chi scrive, è “ RICCHIZZA “ dedicata al figlio Mario, dove il poeta rimarca come i figli siano l’essenza della vita di ciascun genitore.
A stu puntu si grapi ‘u me cori,
a vidillu mi passa ‘a stanchizza;
vi lu dicu tra tanti palori,
si travagghia pi chista ricchizza.
Altro argomento trattato sovente da Barone è il ricordo delle emozioni dell’infanzia di quando tutto era semplice e ci si accontentava di poco. È proprio in questa categoria di poesie che Barone a parere di chi scrive riesce a raggiungere l’apice della sua capacità narrativa. La minuziosa descrizione degli ambienti, delle situazioni, dei personaggi ne fanno quasi una sceneggiatura cinematografica. Le immagini, gli odori, i suoni ci scorrono davanti mentre leggiamo o ascoltiamo i versi riuscendo a far nostre le medesime emozioni mutuate dal poeta che si diletta anche ad affrontare i problemi vissuti nella quotidianità, in particolare dal ceto medio dove lui spesso si pone nel componimento in prima persona.
Il poeta dopo aver fatto diverse esperienze lavorative come odontotecnico ( è in possesso di apposito diploma ), rappresentante di prodotti odontotecnici e odontoiatrici, commerciante, nel 2000 poco dopo la nascita del figlio Mario è stato assunto in qualità di ausiliario socio-sanitario, presso la Fondazione Auxilium, struttura gestita dalla diocesi di Trapani che si occupa di fornire assistenza educativa a bambini e ragazzi di famiglie poco fortunate. Questa esperienza, unita a quella di ministrante presso la Cattedrale di San Lorenzo di Trapani hanno fornito al poeta lo spunto per comporre alcune poesie sul tema religioso dove riconosce l’importanza della presenza di Dio nella sua vita manifestandone un pubblico ringraziamento e dove affida le sue preoccupazioni, le sue ansie, i suoi timori con la speranza di poterne ricevere sollievo.
In un repertorio così vasto come quello di Nino Barone non poteva certo mancare la poesia ironica; in questo caso, particolare considerazione occorre dare “ ‘A FIMMINA “ dove Barone mette in evidenza tutti i difetti, i vizi e i capricci del gentil sesso o in “ OGNUNU PÛ SO “ dove il poeta gioca a dare una collocazione, un’etichetta a ciascun uomo della terra:
La fimmina s’annaca,
si conza, si ‘mpillicchia;
prufumu si sdivaca,
si trucca, poi si specchia.
Anche per descrivere Rita, sua moglie, Nino sceglie di dare un tocco ironico alla poesia, ma tra le righe si legge in maniera inconfutabile l’infinito amore nutrito nei confronti della stessa.
Particolarmente toccante è “ FINARMENTI RIRI “ in cui il poeta cerca di consolare un amico straziato dal dolore di aver perso la propria bambina alla tenerissima età di 17 mesi e non poteva mancare certo, per ogni poeta dialettale che si rispetti, un omaggio alla propria terra; Barone lo fa in “ SICILIA MIA “. Decisamente gradevole inoltre, l’omaggio che il poeta rivolge alla primavera:
Ch’è beddu ‘u celu veni di cantari,
cantassi sempri ‘a solita canzuna;
di quannu ‘u suli juntu a lu calari,
lassa lu postu so, lu lassa â luna.
Ci piace segnalare come Nino Barone nel corso della sua maturità artistica abbia sempre più evoluto la metrica e tecnica poetica partendo nei primi anni a comporre in quartine in rima baciata, passando poi per quartine in rima alternata finendo negli ultimi componimenti per privilegiare le ottave endeca-sillabe a rime alternate. In qualche componimento, senza alcuna presunzione, ma al solo scopo di esplorare gli immensi confini della poesia , si è dilettato a trovare metriche poco comuni.
L’auspicio che desidero manifestare all’amico poeta è che mediante questa prima raccolta di poesie, avendo la possibilità di poter essere apprezzato da un’ampia platea, il nostro conterraneo Nino Barone possa mettere sempre di più in risalto l’indubbio talento verso la poesia dialettale, e che possa essere da trampolino di lancio per raccogliere i giusti meriti.
Massimiliano Galuppo |
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| Introduzione |
Il professore cominciò a parlare di Robinson Crusoe. Noi lo guardammo strano: pensando che la notte non avesse dormito. Era una lezione di Composizione Architettonica e molti di noi si meravigliavano pensando ad una invasione di campo della letteratura nei nostri ambiti.
Daniel Dafoe ha raccontato le avventure di un marinaio di York, che visse ventotto anni su un’isola disabitata presso le coste dell’America, vicino alla foce del grande fiume Orinoco, essendo stato gettato sulla spiaggia da un naufragio e liberato altrettanto straordinariamente dai pirati. Il romanzo in realtà si ispirava alle avventure del marinaio Alexander Selkirk , abbandonato per punizione su un’isola al largo del Cile. Ed ebbe uno straordinario successo determinato dallo stile semplice e dalla creazione di un eroe nel quale la classe media inglese pre-vittoriana poteva riconoscersi. L’opera si rivela un’affascinante metafora dell’ascesa della borghesia inglese, impegnata per terra e per mare nella conquista di nuovi mercati e non trascurava l’epopea dell’avventurosa sfida tra l’individuo, posto in una condizione di completa solitudine, e le forze della natura.
Ma perché il nostro professore utilizzava brani raccolti in quel romanzo lo abbiamo poi capito. Dafoe-Crusoe racconta l’avventura di Robinson; ma dipana anche la ventura di un uomo che organizza la propria vita a partire dalla lettura del luogo. Cosicché costruisce un riparo: la propria casa, adeguatamente lontana dalla spiaggia, su un’altura in modo da poter controllare l’orizzonte. Realizza un recinto: un ambito che delimita la sua “ proprietà “, che si pone come filtro e anche come deterrente per ogni possibile incursione. Dunque il “ tetto “, l’appartamento, la “ sua “ casa, con l’area funzionale, quella ricreativa e quella per il riposo ( cucina-soggiorno-letto ). Un approccio spontaneo, naturale, che l’Uomo, anche al di fuori della propria consapevolezza, aveva sempre sperimentato.
Il mio professore, responsabile della formazione dei nuovi architetti di quel corso di laurea, proponeva una visione solistica della cultura e, in questo caso, della cultura architettonica, in cui la prosa racconta che la vita si svolge all’interno di un sistema dove sorprendentemente l’insieme architettonico ( nell’accezione matematica di Georg Cantor ) è fondamentale.
È con questo approccio che ora imparo le cose della vita, della cultura in generale, della poesia, in particolare: ricerco l’insegnamento, la comunicazione, l’emozione, la curiosità, la sorpresa.
Mi sorprende, infatti, l’invenzione della parole, la comunicazione che esse trasmettono, la “ sintesi “ che esse raccontano. Annego nei meandri storico didascalici della poesia virgiliana. Mi perdo nella ipotesi post terrena e nel conscio mondo dei pensieri danteschi. Mi inorgoglisce la radice della poesia italiana costruita alla corte di Federico II. Provo gioia per l’amore di Jacopo da Lentini: che soffre la divisione dalla sua donna e gli è di gran consolamento il “…veder lo suo bel portamento e lo bel viso e l’ morbido sguardare…”.
È con questo approccio, penso, che si guarda alla poesia. Poco importa se nella sua forma essa è didascalica o allegorica; se una lirica, un’ode, un canto o un cantico; se è un sonetto o un poema. “ La poesia vive di astrazioni e di formule e di citazioni, insegna De Sanctis. …Ne’ poeti semplici trovi il reale rozzo, senza formazione, come ne’ misteri, nelle visioni, nelle leggende. Ne’ poeti solenni trovi una forma o crudamente didascalica, o figurativa e allegorica”.
Chi scrive poesie, più di ognuno, ha il cervello popolato di fantasmi e la sua natura lo costringe ad indagare il grande mistero dell’anima al fine di attuare e materializzare ciò che per altri è lieve e spirituale.
Il poeta “ locale “, il poeta della porta a fianco, ha le stesse prerogative!
La poesia vernacolare ha le stesse regole. Sono identici tutti i punti di osservazione. È uguale la sensibilità.
La poesia è fatta di parole.
Le parole ( perciò ) hanno un peso, sono misurate, seguono sempre un itinerario, mirano al ragionamento, inducono a pensare, a sognare, con una relativa e apparente semplicità, sono lievi e penetranti, fluiscono e toccano le corde dell’emozione.
Con la poesia si racconta Robinson, ma si legge la vita di ognuno di noi, e le sfaccettature sono comuni a tutti.
Barone traccia e percorre questa strada, la sua strada; propone e dispone la sua vita.
È un percorso orizzontale in cui trascina il suo lettore. È un confronto, mai un imperativo. Riflessioni. Punti di vista. Sono osservazioni sensibili le sue, alla ricerca di sensibili osservatori.
Sono sogni che vedono e vivono un mondo reale.
Se così è, è schietta poesia.
Roberto F.Q. Manuguerra |
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