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Le origini del nome di Genova.
L'arco di piazza della Vittoria
Le ultime colonie genovesi, ovvero da PEGLI a TABARCA, e a CARLOFORTE
Il bombardamento navale del 08/02/1941 da parte degli Inglesi
Le origini del nome di Genova.
Contributi sull'argomento da parte di appassionati
Genova la "Superba".
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Colonie genovesi
Da alcuni atti legali, è accertato che parecchi cittadini pegliesi
emigrarono per fondare piccole colonie in Corsica, Sardegna, Sicilia,
Alessandria d'Egitto, Provenza, Catalogna e un po' ovunque nel
Mediterraneo.
Se in alcune di queste località non vi si stabilirono, sicuramente vi
commerciarono. Sono però di notevole importanza gli stanziamenti,
storicamente accertati, di Tabarca, di Carloforte e di Nueva Tabarca.
Tutto incomincia nel 1544 quando Carlo V dà in concessione alla famiglia dei
Lomellini, l'isola di Tabarca al largo della costa tunisina, per praticarvi
la pesca del corallo e il commercio in generale.
I Lomellini assumono il diritto di nominare un amministratore di
fiducia con poteri quasi politici.
Un ramo della famiglia muta il cognome in Lomellini di Tabarca.
Dato il numero di ville e la loro ubicazione a Pegli, probabilmente i
Lomellini erano i più autorevoli nobili della cittadina.
Dovendo colonizzare l'isola si rivolgono quindi alla popolazione pegliese,
sempre aperta a nuovi sbocchi commerciali.
E così alcune decine di famiglie pegliesi prendono il mare e si
trasferiscono appunto a Tabarca, piccola isola al largo delle coste africane
della Tunisia.
A Tabarca i coloni vendono per 4,50 lire/libbra il corallo ai Lomellini, i
quali lo rivendono per 9,10 lire/libbra.
I vicini saraceni e francesi però, non si rivelano affatto ospitali.
I primi si specializzano in scorribande, pirateria e cattura di schiavi da
vendere o riscattare. I secondi fanno dei veri e propri tentativi di
occupazione, oppure manovrano i saraceni in modo da liberarsi della
scomoda concorrenza pegliese.
Nel 1633 il corso Guidiccelli, con un gruppo di francesi, fallisce
nell'impresa di occupare l'isola.
Il Bey di Tunisi ed Algeri invece continua a taglieggiare i coloni, forse
manovrato dai francesi.
Le perdite economiche dovute ai saraceni, la diminuzione del banco
corallifero, le incursioni corsare e soprattutto l'eccesso di popolazione,
fanno diventare meno attraente la (piccola) isola.
Per impedire l'aumento demografico sembra che fosse addirittura vietato il
matrimonio, pena l'allontanamento.
Tra il 1718 e il 1729, Tabarca viene subaffittata a Giacomo Durazzo e
Giambattista Cambiaso.
Nonostante tutto però, la ricchezza della colonia e la sua importanza
continuano a diminuire ed allora i tabarchini-pegliesi cominciano a
guardarsi letteralmente intorno, sempre in quel lembo del mare Mediterraneo.
Già nel 1736, quando Carlo Emanuele III decideva di valorizzare la Sardegna,
un gruppo di tabarchini guardava con molto interesse all'isola di
S.Pietro (Sardegna sud-occidentale) sino ad allora abitata soltanto dai
conigli selvatici.
In accordo con il Vicerè di Cagliari, si pianifica allora l'arrivo di 300
coloni tabarchini nella nuova terra. L'anno dopo si prepara l'arrivo di
altri 700 tabarchini con la promessa di poter commerciare il corallo con
lo stesso trattamento economico fatto dai Lomellini a Tabarca.
Il 17 ottobre 1737 tra il nobile don Bernardo Genoves y Cervillon, marchese
della guardia, il conte Botton de Castellamont, intendente generale
dell'isola e Agostino Tagliafico, rappresentante dei tabarchini, viene
stipulato l'atto di infeudazione dell'isola di S.Pietro e si stabilisce che
la futura cittadina che si sta per fondare come piccolo capoluogo della sino
ad allora deserta isola, sarebbe stata battezzata con il nome di
Carloforte, in onore del Re.
Viene programmato l'arrivo degli esuli tabarchini entro la primavera del
1738. Sembra che a Tabarca, appena giunta la notizia, siano stati subito
celebrati almeno 30 matrimoni.
Un primo gruppo di 86 persone funge da testa di ponte per preparare la zona
ai successivi. Il 17 aprile arriva il secondo gruppo, costituito da altri
381 tabarchini. Il 21 maggio, 3 delegati tabarchini giurano fedeltà a Carlo
Emanuele III.
Il 24 giugno Giambattista Segni viene eletto sindaco.
Sull'isola sono a quel tempo presenti 118 famiglie.
E finalmente quella gente avvezza a tutti i sacrifici, ha anch'essa modo di
prosperare: non solo si dedica alla tradizionale raccolta del corallo, ma
anche alla pesca del tonno, alla produzione del sale, all'agricoltura e,
soprattutto, all'arte della marineria: i maestri d'ascia di Carloforte
vengono considerati dall'ammiraglio Orazio Nelson addirittura i migliori del
Mediterraneo!
La fiorente comunità richiama allora a sè un folto gruppo di nuovi immigrati
dalla Liguria (ancora da Pegli naturalmente, ma anche da Rapallo
e da S.Margherita L.), dalla Campania (Ischia, Napoli e Torre del Greco) e
dall'isola di Ponza.
Nell'ormai quasi avìta isola di Tabarca invece, la situazione precipita.
I Lomellini, consci del fatto che, a questo punto, tutti i tabarchini
avrebbero abbandonato definitivamente l'isola, cercano di restituirla (o
per meglio dire, di rivenderla) alla Spagna ma, non riuscendoci, provano
allora a rivolgersi alla Compagnia francese d'Africa.
Il Bey di Tunisi però, non gradisce affatto l'essere stato escluso dalle
trattative, e per mezzo di 8 golette ed un inganno, sequestra i
notabili e tutti i 900 (circa) abitanti ancora rimasti sull'isola.
Distrutto il possibile, conduce i prigionieri in terraferma come schiavi
per venderli o riscattarli (1741).
La nobiltà europea, e maggiormente Carlo Emanuele III, paga il riscatto
di 50.000 zecchini. Nel 1750 vengono liberati 121 tabarchini. Nel 1753,
grazie al Papa, ne vengono affrancati altri.
Alla morte del figlio, il Bey lascia andare anche gli ultimi prigionieri rimasti.
Quasi tutti gli schiavi liberati raggiungono la nuova patria a Carloforte
dove viene eretta una statua in onore del Re Carlo Emanuele III.
Tra il 2 gennaio e il 24 maggio 1793 la Francia occupa l'isola di Carloforte
per farne una base navale. Interviene allora la flotta spagnola comandata
dal duca Borgia che libera l'isola ed imprigiona 625 francesi.
Ma tra il 2 e il 3 settembre 1798, Carloforte, proprio come era stato,
negli anni passati, quasi uno sventurato attributo di Tabarca, subisce
anch'essa l'assalto e la violenza di un'improvvisa incursione saracena.
La tradizione vuole che fosse un giovane della Capraia a guidare una
feroce scorribanda tunisina sull'isola.
Al termine di questa, si contano 800 prigionieri fatti nuovamente schiavi,
1000 abitanti in fuga e i rimanenti tutti morti.
Il Papa, la Turchia, la Russia, il Re di Sardegna e Napoleone organizzano
separatamente il riscatto. Pio VII con una bolla del 1798 destina alcuni
fondi a tale scopo. Ma solo nel 1803 Vittorio Emanuele I con
360.000 lire riesce finalmente a riscattare tutti quanti.
E da allora, come si direbbe nelle favole, tutti vissero finalmente felici e
contenti.
Ma non ogni discendente dei tabarchini si trova a Carloforte.
Durante tutte quelle incursioni saracene, periodi di schiavitù e successive
liberazioni, alcuni gruppi di tabarchini si rifugiarono su un'isola spagnola
al largo di Alicante che venne ribattezzata Nueva Tabarca.
Quest'ultima non mantiene però i contatti con Pegli e perde le sue tradizioni.
Carloforte rimane invece culturalmente legata alle sue origini.
Tratto da http://www.pegli.com
http://www.carloforte.com/Guida_turistica/STORIA.HTM
http://www.terra.es/personal/vtin99/situa.htm
Storia della Lanterna.
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La storia della Porta Soprana.
Nel 1154, il nobile Oberto Spinola venne inviato
alla Dieta di Roncaglia per rendere omaggio
all'imperatore Federico I, di Hohenstaufen,
detto il "Barbarossa"; però, al tempo stesso,con l'intenzione
di ribadire l'indipendenza della città. Il nobiluomo
difese così bene gli interessi di Genova, che il "Barbarossa"
non chiese più che una gabella in denaro.
Però prudenzialmente, nel 1155, furono migliorate
le mura aggiungendo, tra l'altro, le mirabili torri di Porta Soprana.
Il nome "Soprana" deriva dal fatto che era la porta posta
in posizione più elevata, tra quelle di Genova.
Il "Barbarossa" non provò mai ad attaccare Genova,
forse proprio per le buone difese fortilizie.
In una delle torri di Porta Soprana, fu custodita la ghigliottina
usata dal boia che decapitò Luigi XVI, tale Samson.
Dopo l'abolizione della ghigliottina, nella stessa torre
fu posta, dal 1809 al 1851 una forca.
In quei pressi si trovava il Carcere di sant'Andrea.
Una lapide millenaria scritta in latino, murata all'interno della
Porta,ammonisce lo straniero di male intenzioni
ed esalta la potenza di Genova :
"Sono difesa da uomini, circondata
da mura meravigliose e, con forza,
respingo lontano le armi nemiche.
Se porti la pace, puoi toccare
queste porte ; se porti la guerra,
tornerai indietro triste e vinto.
L'Austro e il Ponente, il Settentrione
e il Levante, sanno quante vicende
di guerra io, Genova, ho superato. "
(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)
Qualche informazione biografica su Cristoforo Colombo.
Non bastando le congiure e le lotte intestine
ad amareggiare i giorni della vecchia Repubblica
genovese, ecco, nel 1656, arrivare la peste.
Nel volgere di 14 mesi morirono più di 74.000 persone,
nonostante i generosi sacrifici del senato
e del vescovo Durazzo, detto "il Borromeo di Genova",
che con il clero si prodigò all'assistenza degli appestati.
Stefano Durazzo, cardinale arcivescovo della nostra città
dal 1635 al 1664, fece costruire a sue spese
il Seminario e fondò la congregazione dei missionari
di san Vincenzo de' Paoli.
Morì a Roma nel 1667.
(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)
introduzione a cura di Riccardo Venturi.
La nave "Garaventa", nota come "Scuola officina di redenzione sul
mare" fu voluta da Nicolò Garaventa, e dal 1883 al 1977 ha svolto un
ruolo istituzionale la cui interpretazione può essere radicalmente
diversa a seconda delle opinioni. Per molti fu un'istituzione di
grande rilievo e importanza nell'assistenza e nel recupero di molti
ragazzi. Per molti altri fu semplicemente una galera.
L'autore della canzone è un nome molto noto nella canzone di qualche
anni fa: Anton Virgilio Savona.
Nato a Palermo nel 1920, musicista, cantante e compositore, Anton
Virgilio Savona è stato uno dei membri del Quartetto Cetra assieme
alla moglie Lucia Mannucci e agli amici e colleghi Tata Giacobetti e
Felice Chiusano (questi ultimi due sono scomparsi).
Accanto all'attività di garbata e intelligente canzone di
intrattenimento svolta con il Quartetto Cetra, Anton Virgilio Savona
affiancava la composizione di canzoni d'autore decisamente solforose
ed impegnate politicamente, che purtanto definiva "canzoni delicate".
E' autore di tre album di simili canzoni, "Pianeta Pericoloso" (1970,
affidato all'interpretazione di Corrado Pani e Odis Lévy), "Sexus et
politica" (1972; tratto interamente da testi di autori latini, è
affidato a Giorgio Gaber) e "E' lunga la strada" (1973), interpretato
personalmente.
"La Garaventa" è tratta da quest'ultimo album. Eccone il testo,
sperando che interessi. Lo ho trascritto all'ascolto da una copia
reperita con mezzi di fortuna in quanto l'album non è stato mai
ristampato.
LA GARAVENTA
Anton Virgilio Savona, 1971
[Parlato]
Nel porto di Genova, è ormeggiata da tempo immemorabile una vecchia
nave da guerra adibita a istituto di rieducazione per minorenni. Il suo nome è: La Garaventa.
La Garaventa è ferma nel porto,
ferma da anni, immobile nel tempo,
fissata alla terra da forti gomene
e al fango del fondo da forti catene.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.
Vola un gabbiano giocando col vento,
nuvole bianche si inseguono nel cielo.
Passano giorni, e mesi e stagioni,
è piena la stiva di maledizioni.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.
L'elica è ferma, un trifoglio appassito
stretto da cento ghirlande di conchiglie,
il ponte è lavato da gocce di pianto,
il buio è spezzato da un solo lamento.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.
[Recitato]
Guarda: nel buio del boccaporto
mille speranze rimangono sepolte.
Aspettano un nastro di luce dal ponte,
e intanto marciscono miseramente.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.
[Cantato]
La Garaventa è ferma nel porto,
ferma da anni, immobile nel tempo,
fissata alla terra da forti gomene
e al fango del fondo da forti catene.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.
Nel 1746, al comando del generale Botta Adorno,
l'esercito austriaco, sceso da Campomorone,
entrò in San Pier d'Arena e invase Genova.
Sul tramonto del 5 dicembre, un drappello di soldati
austriaci trascinava un mortaio per le vie di Portoria
quando, all'improvviso, la strada sprofondò sotto
il grave peso, costringendo i soldati a chiedere aiuto
ai popolani che si rifiutarono.
Si irritò il caporale austriaco e, alzato il bastone
che teneva in mano, colpì i riluttanti. Un urlo di rabbia.
Un ragazzo soprannominato Balilla afferra un sasso
gridando: "Che l'inse?" e lo scaglia contro il caporale.
Una pioggia di sassi. Gli Austriaci, abbandonato il mortaio,
fuggono precipitosamente inseguiti dalla folla.
Nei giorni successivi, ai popolani di Portoria si uniscono
i Bisagnini e i Vincenzini. Si uniscono i facchini dei porto,
i carbonai, i garzoni di taverna: una turba di uomini urlanti,
decisi a tutto, che assalgono le caserme e vogliono armi, armi, armi.
Vista ormai inutile qualsiasi resistenza, il generale Botta Adorno
ordina la ritirata. I nemici oltre passano i Giovi abbandonando
sul terreno equipaggiamenti, munizioni e parecchi feriti.
È il 10 dicembre 1746.
(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)
L'arco di piazza della Vittoria.
I Genovesi vollero onorare i loro Caduti
nella guerra 1915-18, con un monumento,
opera di valenti artisti.
Il maestoso arco fu ideato dall'architetto
Marcello Piacentini, con fregi e bassorilievi
di Arturo Dazzi, con sculture e statue
di Giovanni Prini ed Edoardo De Albertis.
Il monumento, detto "la sinfonia eroica",
è alto 27m. e largo 20m. Nella cripta,
con il semplice altare di marmo rosso
di Levanto, sono raccolti i nomi
di oltre 5.000 genovesi caduti in guerra.
In alto, l'iscrizione di Mario Maria Martini:
"Per te morti, o Patria, riviviamo con te.
Specchiatevi, fratelli, nel nostro sangue, per riconoscervi".
Inoltre, nei due militari dell'ultimo fregio
verso il Bisagno, si ravvisano Marcello Piacentini
che presenta il bozzetto dell'opera,
mentre Arturo Dazzi tende le mani in fraterno aiuto.
Ancora tra i bersaglieri del fregio, è facile ravvisare Mussolini,
mentre la scrittrice Maria Belionci è riconoscibile
osservando il monumento dalla stazione Brignole.
La solenne inaugurazione si tenne il 31 maggio 1931
alla presenza dei re Vittorio Emanuele III
e delle più importanti autorità dello Stato.
Qualche informazione biografica su Gilberto Govi.
Il primo servizio cittadino fu inaugurato il 4 luglio 1841,
il percorso andava da Porta Pila
a Sampierdarena al prezzo di 25 centesimi.
Le linee si differenziavano con un sistema più vistoso
delle targhe odierne: cavalli neri
per i percorsi estesi fuori dal perimetro cittadino, bianchi
per i tragitti urbani. Il 10 marzo 1878 comparve
il tram a cavalli, anzi il "tram-way"
come rigorosamente si scriveva
sulla linea Principe-Sampierdarena.
La successiva data fondamentale per i servizi cittadini,
fu quella dell'introduzione delle vetture elettriche: ciò avvenne il 15
maggio 1898, sulla linea che percorreva via Assarotti.
L'U.I.T.E. (Unione Italiana Tramway Elettrici)
che per tanti anni curò i trasporti
cittadini, nacque il 10 settembre 1892 e all'inizio del 1900 aveva
un parco macchine di circa 200 unità. Il 22 ottobre 1964 mentre
gradatamente le ultime linee tranviarie venivano sostituite dai servizi
d'autobus, la vecchia U.I.T.E. venne
municipalizzata, dando vita alla A.M.T. (Azienda Municipalizzata Trasporti).
Il 26 dicembre 1966 l'ultimo tram concluse la sua corsa.
Non tutti sanno che Giuseppe Verdi trascorreva gli inverni a Genova:
gli piaceva il clima, amava i dolci locali, regolava il suo orologio
da tasca sull'orologio del Carlo Felice, famoso per la sua precisione.
Nel 1889 il maestro compì il suo giubileo artistico
e Genova lo festeggiò solennemente,
all'università, con un discorso di Anton Giulio Barrili
e con il dono di una medaglia d'oro, opera dell'incisore
della Zecca, Speranza."
Fra il 64 e il 68 d.c., i santi Celso e Nazaro
per sfuggire a Nerone, arrivarono in Albaro,
là dove esisteva un tempio pagano dedicato agli dèi Mani.
I genovesi ascoltarono con interesse la loro predicazione
e molti si convertirono al cristianesimo.
E proprio lì e allora, sembra che sia stata, per la prima volta, celebrata
pubblicamente la S. Messa. Quando, verso agli anni 70,
giunse la notizia che i due santi avevano subito il martirio,
i Genovesi dedicarono ad essiil tempio degli dèi Mani.
Un giorno,la chiesa dei santi Nazaro e Celso
fu inghiottita dalle onde. Ricostruita nel 1545, sparì
una seconda volta nel mare. Fu costruita per la terza volta,
ma purtroppo, con il piano regolatore,
la chiesa scomparve per sempre.
Ecco una descrizione che ne diedero le autorità
poliziesche dell'epoca: *Il carattere di questo giovane
entusiasta è dei più pericolosi perchè scevro di ogni vista
d'interesse personale. Egli non cospira che per
la rigenerazione dell'Italia, pronto onde procurargliela,
ad affrontare qualunque pericolo e a vanificare tutto, anche la vita,
facendo persino, al caso, il mestiere dell'assassino*.
Di Vado, Publio Elvio Pertinace crebbe modesto e generoso.
Fu maestro di scuola, soldato, console, imperatore di Roma.
Succedette a Commodo. Trascorsi pochi mesi,
fu ucciso dai soldati che detestavano le sue virtù.
Tito Elio Proculo di Albenga (280)
accettò la nomina a imperatore.
Tradito dai Galli, venne sconfitto da Probo che l'uccise.
La sua famiglia continuò ad abitare in Albenga
senza subire molestie.
A Principe, in piazza Acquaverde,
sorge il monumento a Cristoforo Colombo.
In alto giganteggia il navigatore con ai piedi l'America.
Le quattro statue simboleggiano:
la Fortezza, la Pietà, la Prudenza, la Nautica.
I quattro bassorilievi rappresentano:
Colombo al congresso di Salamanca,
Colombo che innalza la croce
sulle nuove terre, Colombo che presenta
ai reali di Spagna i frutti del nuovo mondo,
Colombo incatenato.
Nel 1100-1200 d.c. le case del popolo
erano quasi tutte ancora di legno.
Quando tirava forte vento, il sindaco
avvertiva la gente perché stesse attenta
allo scoppio di eventuali incendi.
Non molto più tardi, si cominciò a fabbricare
case di mattoni e pietre.
Nel resto della penisola, però, si continuò
ancora per molti anni ad abitare in capanne.
Quelli che facevano lo stesso lavoro o
commerciavano la stessa mercanzia,
si raggruppavano, in genere, nelle medesime vie.
Così alcune strade di Genova vennero chiamate
col nome degli artigiani e dei mercanti che
vi lavoravano :
via Giustiniani (falegnami)
via dei Macelli
via dei Fabbri
via Orefici
borgo Lanaioli
Di ritorno in patria dalle crociate
intorno al 1100, le galee genovesi toccarono le coste della Licia
e trovarono le ceneri di San Giovanni Battista,
rinvenute in un convento vicino alla città di Mira.
Questo fatto ebbe una grande importanza
nella vita religiosa della città,
perchè da allora il santo
venne considerato Patrono di Genova.
Le ultime colonie genovesi, ovvero da PEGLI a TABARCA e a CARLOFORTE
(a cura dell'amico 3G)
Il bombardamento navale del 08/02/1941 da parte degli Inglesi
Nessun genovese si aspettava che arrivasse dal mare, il terribile attacco
che colpì Genova il 9 febbraio 1941: gli orologi
segnavano le 8.14 e la Renown, nave capofila della Forza H,
da una distanza di 19 km iniziò il bombardamento navale.
Sulla città e sul porto piovvero trecento tonnellate di bombe,
sparate dai 14 pezzi da 381 delle due navi corazzate e
dai 12 pezzi da 203 dell'incrociatore, che sparavano correndo a 18 nodi.
Il fuoco durò 31 minuti e colpì 254 caseggiati ed edifici pubblici
tra cui la Biblioteca Berio,il Palazzo dell'Accademia Ligure di Belle Arti,
la Cattedrale di San Lorenzo, il Molo, l'Archivio di Stato
e l'Ospedale Galliera. Alcuni di questi edifici
custodiscono ancora nelle residui di bombe inesplose,
testimoni di una ferita che solo in superficie, con la recente
ristrutturazione dell'Acropoli di Sarzano, è stata cancellata
dal volto di Genova. Una città che si trovò impreparata
a un simile attacco, disponendo di un apparato difensivo
inadeguato rispetto ai rischi, e programmato più che altro
contro le incursioni aeree. L'ammiragio Sommerville, comandante
delle forze inglesi cita nel suo resoconto: "La sola reazione
delle difese di Genova fu il tiro di una batteria da 152 mm,
e dell'antiaerea diretta conto il nostro ricognitore.
In entrambi i casi il tiro fu del tutto inefficiente".
Pagina connessa al sito biografiadiunabomba ( http://www.biografiadiunabomba.it )
che parla anch'esso di questo fatto storico nella sezione "Bombardamenti".