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Le origini del nome di Genova.

Genova la "Superba".

I simboli di Genova.

Colonie genovesi

Storia della Lanterna.

Storia della Porta Soprana.

Cristoforo Colombo.

La peste a Genova

La nave "Garaventa"

Balilla caccia gli austriaci

L'arco di piazza della Vittoria

Gilberto Govi.

I tramway

Giuseppe Verdi e Genova

Due santi a Genova

Giuseppe Mazzini

Imperatori di Roma liguri

Il monumento a Colombo

Medioevo in città

Il patrono di Genova

Le ultime colonie genovesi, ovvero da PEGLI a TABARCA, e a CARLOFORTE

Il bombardamento navale del 08/02/1941 da parte degli Inglesi

 

 

 

 

 

 

 

Le origini del nome di Genova.

Le ipotesi sulle origini del nome di Genova sono diverse,
su nessuna però abbiamo la certezza assoluta.
Ecco elencate alcune delle più importanti :
Prima ipotesi :
di origine romana, il nome "Genua"
deriverebbe da "ianua", nome di una porta di Roma,
che vorrebbe dire città sacra a Giano, dio della guerra.
Seconda ipotesi :
dal latino "Genu" (ginocchio), riferito alla forma del golfo.
Terza ipotesi :
dal greco "Genus" (bocca,adito,entrata),
perchè rappresenta uno sbocco dalla terra al mare ;
anche in celtico "Genu" vuol dire adito o entrata.
Quarta ipotesi :
dal greco "Xenoi" (forestieri, ospiti),
nome che gli antichi liguri montanari davano
agli abitanti del primo insediamento cittadino (circa VIII a.c.);
da questa parola potrebbe derivare "Xeneixi" e quindi "Zena".
Quinta ipotesi :
dal greco "Genous" (dente), e dal fenicio "Zen" (dente, zanna),
dal dente scoglioso sul quale si formò il primo scalo.

(tratto da "Strade di Genova, storie di nomi nella storia"
di Corinna Praga, edizioni Sagep)

Contributi sull'argomento da parte di appassionati

 

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Genova la "Superba".

Il responsabile di questo aggettivo che Genova si porta appresso
da secoli è Francesco Petrarca. In una relazione di viaggio del 1358
il poeta così descriveva, naturalmente in latino, Genova al lettore:
"vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre,
superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto
la indica signora del mare". L'istantanea genovese del Petrarca
ebbe fortuna e passò, di penna in penna, fra quasi tutti i visitatori
e i viaggiatori sino a perdersi nel luogo comune
(caratterialmente non giusto) che molti conoscono.
Genova giustificava nei secoli passati, e in parte,
può farlo anche oggi,l'aggettivo "superba" perché,
vista arrivando dal mare, la città vecchia appariva,
ed appare, con una scenografia singolare, tutta teatrale.
Torri, palazzi, chiese non sono costruiti guardando
ad una armonia interna, ad uno spazio urbano, ma protesi
verso il mare. Tutta una città su un palcoscenico
e per platea le onde. Uno spettacolo, appunto, superbo.


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I simboli di Genova.

Dopo le Crociate, i Genovesi conservarono come loro insegna
la Croce rossa in campo bianco,la stessa dei Templari,
che Urbano II aveva dato ai soldati cristiani nel 1016
nel Concilio di Clermont Ferrand.
Ma anche san Giorgio divenne stemma e bandiera
della Repubblica, e poi uno dei patroni della città.
Gli storici, tra cui il Giustiniani e il Serra, danno ampie notizie
sul rinvenimento delle spoglie di san Giorgio di Cappadocia.
Sulla fine del XI secolo i Portofinesi acquistarono
le reliquie del martire; le trassero dal sepolcreto in Nicomedia,
ancora in gran parte intatte nonostante le razzìe saracene.
Le molte reliquie, raccolte dai crociati liguri insieme
ad altri tesori,furono portate a Genova per essere divise
con il governo della Repubblica e con i crociati delle galee.
Fatta la spartizione, ai Portofinesi toccò la cassetta
con le reliquie di san Giorgio. La si collocò
in una piccola cappella fabbricata rapidamente
sopra uno scoglio, a protezione e tutela del territorio.
I resti del santo sono oggi custoditi in un sacrario scavato nella
pietra,sotto l'altar maggiore del santuario di S.Giorgio,
edificato tra il Cinque e il Seicento dai Portofinesi
sopra un istmo di roccia. Il culto di san Giorgio,
già diffuso in Italia, crebbe nel Genovesato; nella chiesa di S.
Giorgio era conservato il grande stendardo della Repubblica,
che nelle feste del santo veniva onorato dalle milizie
di guardia del palazzo Ducale, e quando i capitani
ritornavano trionfanti dalle imprese di mare, il vessillo,
issato su un carro, era trasportato dalla chiesa al Molo
in una grande festa popolare. Oggi, un gonfalone
con l'effigie di san Giorgio a cavallo,
è custodito nel palazzo Doria Tursi, sede del Municipio.

(tratto da "Breve storia di Genova" di Stefano Roffo,
édito da Newton & Compton)

 Contributi sull'argomento da parte di appassionati

 

 

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Colonie genovesi


Da alcuni atti legali, è accertato che parecchi cittadini pegliesi
emigrarono per fondare piccole colonie in Corsica, Sardegna, Sicilia,
Alessandria d'Egitto, Provenza, Catalogna e un po' ovunque nel
Mediterraneo.
Se in alcune di queste località non vi si stabilirono, sicuramente vi
commerciarono. Sono però di notevole importanza gli stanziamenti,
storicamente accertati, di Tabarca, di Carloforte e di Nueva Tabarca.
Tutto incomincia nel 1544 quando Carlo V dà in concessione alla famiglia dei
Lomellini, l'isola di Tabarca al largo della costa tunisina, per praticarvi
la pesca del corallo e il commercio in generale.
I Lomellini assumono il diritto di nominare un amministratore di
fiducia con poteri quasi politici.
Un ramo della famiglia muta il cognome in Lomellini di Tabarca.
Dato il numero di ville e la loro ubicazione a Pegli, probabilmente i
Lomellini erano i più autorevoli nobili della cittadina.
Dovendo colonizzare l'isola si rivolgono quindi alla popolazione pegliese,
sempre aperta a nuovi sbocchi commerciali.
E così alcune decine di famiglie pegliesi prendono il mare e si
trasferiscono appunto a Tabarca, piccola isola al largo delle coste africane
della Tunisia.
A Tabarca i coloni vendono per 4,50 lire/libbra il corallo ai Lomellini, i
quali lo rivendono per 9,10 lire/libbra.
I vicini saraceni e francesi però, non si rivelano affatto ospitali.
I primi si specializzano in scorribande, pirateria e cattura di schiavi da
vendere o riscattare. I secondi fanno dei veri e propri tentativi di
occupazione, oppure manovrano i saraceni in modo da liberarsi della
scomoda concorrenza pegliese.
Nel 1633 il corso Guidiccelli, con un gruppo di francesi, fallisce
nell'impresa di occupare l'isola.
Il Bey di Tunisi ed Algeri invece continua a taglieggiare i coloni, forse
manovrato dai francesi.
Le perdite economiche dovute ai saraceni, la diminuzione del banco
corallifero, le incursioni corsare e soprattutto l'eccesso di popolazione,
fanno diventare meno attraente la (piccola) isola.
Per impedire l'aumento demografico sembra che fosse addirittura vietato il
matrimonio, pena l'allontanamento.
Tra il 1718 e il 1729, Tabarca viene subaffittata a Giacomo Durazzo e
Giambattista Cambiaso.
Nonostante tutto però, la ricchezza della colonia e la sua importanza
continuano a diminuire ed allora i tabarchini-pegliesi cominciano a
guardarsi letteralmente intorno, sempre in quel lembo del mare Mediterraneo.
Già nel 1736, quando Carlo Emanuele III decideva di valorizzare la Sardegna,
un gruppo di tabarchini guardava con molto interesse all'isola di
S.Pietro (Sardegna sud-occidentale) sino ad allora abitata soltanto dai
conigli selvatici.
In accordo con il Vicerè di Cagliari, si pianifica allora l'arrivo di 300
coloni tabarchini nella nuova terra. L'anno dopo si prepara l'arrivo di
altri 700 tabarchini con la promessa di poter commerciare il corallo con
lo stesso trattamento economico fatto dai Lomellini a Tabarca.
Il 17 ottobre 1737 tra il nobile don Bernardo Genoves y Cervillon, marchese
della guardia, il conte Botton de Castellamont, intendente generale
dell'isola e Agostino Tagliafico, rappresentante dei tabarchini, viene
stipulato l'atto di infeudazione dell'isola di S.Pietro e si stabilisce che
la futura cittadina che si sta per fondare come piccolo capoluogo della sino
ad allora deserta isola, sarebbe stata battezzata con il nome di
Carloforte, in onore del Re.
Viene programmato l'arrivo degli esuli tabarchini entro la primavera del
1738. Sembra che a Tabarca, appena giunta la notizia, siano stati subito
celebrati almeno 30 matrimoni.
Un primo gruppo di 86 persone funge da testa di ponte per preparare la zona
ai successivi. Il 17 aprile arriva il secondo gruppo, costituito da altri
381 tabarchini. Il 21 maggio, 3 delegati tabarchini giurano fedeltà a Carlo
Emanuele III.
Il 24 giugno Giambattista Segni viene eletto sindaco.
Sull'isola sono a quel tempo presenti 118 famiglie.
E finalmente quella gente avvezza a tutti i sacrifici, ha anch'essa modo di
prosperare: non solo si dedica alla tradizionale raccolta del corallo, ma
anche alla pesca del tonno, alla produzione del sale, all'agricoltura e,
soprattutto, all'arte della marineria: i maestri d'ascia di Carloforte
vengono considerati dall'ammiraglio Orazio Nelson addirittura i migliori del
Mediterraneo!
La fiorente comunità richiama allora a sè un folto gruppo di nuovi immigrati
dalla Liguria (ancora da Pegli naturalmente, ma anche da Rapallo
e da S.Margherita L.), dalla Campania (Ischia, Napoli e Torre del Greco) e
dall'isola di Ponza.
Nell'ormai quasi avìta isola di Tabarca invece, la situazione precipita.
I Lomellini, consci del fatto che, a questo punto, tutti i tabarchini

avrebbero abbandonato definitivamente l'isola, cercano di restituirla (o
per meglio dire, di rivenderla) alla Spagna ma, non riuscendoci, provano
allora a rivolgersi alla Compagnia francese d'Africa.
Il Bey di Tunisi però, non gradisce affatto l'essere stato escluso dalle
trattative, e per mezzo di 8 golette ed un inganno, sequestra i
notabili e tutti i 900 (circa) abitanti ancora rimasti sull'isola.
Distrutto il possibile, conduce i prigionieri in terraferma come schiavi
per venderli o riscattarli (1741).
La nobiltà europea, e maggiormente Carlo Emanuele III, paga il riscatto
di 50.000 zecchini. Nel 1750 vengono liberati 121 tabarchini. Nel 1753,
grazie al Papa, ne vengono affrancati altri.
Alla morte del figlio, il Bey lascia andare anche gli ultimi prigionieri rimasti.

Quasi tutti gli schiavi liberati raggiungono la nuova patria a Carloforte
dove viene eretta una statua in onore del Re Carlo Emanuele III.
Tra il 2 gennaio e il 24 maggio 1793 la Francia occupa l'isola di Carloforte
per farne una base navale. Interviene allora la flotta spagnola comandata
dal duca Borgia che libera l'isola ed imprigiona 625 francesi.
Ma tra il 2 e il 3 settembre 1798, Carloforte, proprio come era stato,
negli anni passati, quasi uno sventurato attributo di Tabarca, subisce
anch'essa l'assalto e la violenza di un'improvvisa incursione saracena.
La tradizione vuole che fosse un giovane della Capraia a guidare una
feroce scorribanda tunisina sull'isola.
Al termine di questa, si contano 800 prigionieri fatti nuovamente schiavi,
1000 abitanti in fuga e i rimanenti tutti morti.
Il Papa, la Turchia, la Russia, il Re di Sardegna e Napoleone organizzano
separatamente il riscatto. Pio VII con una bolla del 1798 destina alcuni
fondi a tale scopo. Ma solo nel 1803 Vittorio Emanuele I con
360.000 lire riesce finalmente a riscattare tutti quanti.
E da allora, come si direbbe nelle favole, tutti vissero finalmente felici e
contenti.

Ma non ogni discendente dei tabarchini si trova a Carloforte.
Durante tutte quelle incursioni saracene, periodi di schiavitù e successive
liberazioni, alcuni gruppi di tabarchini si rifugiarono su un'isola spagnola
al largo di Alicante che venne ribattezzata Nueva Tabarca.
Quest'ultima non mantiene però i contatti con Pegli e perde le sue tradizioni.
Carloforte rimane invece culturalmente legata alle sue origini.

Tratto da http://www.pegli.com
http://www.carloforte.com/Guida_turistica/STORIA.HTM
http://www.terra.es/personal/vtin99/situa.htm

 

 

Storia della Lanterna.

Nei primi tempi, il porto veniva segnalato alle navi
bruciando della legna in gabbie di ferro.
Successivamente, fra il 1150 e il 1200, sul Capo di Faro
fu innalzata la Lanterna, di cui si ignora il nome del primo
costruttore.Narra una leggenda che, terminato il lavoro,
fu scaraventato sugli scogli dalla sommità della torre,
per impedirgli di costruire altrove un'opera così importante.
Altri, ancor più maligni, aggiungono che fu gettato nel vuoto
per non dargli il... compenso pattuito.
Distrutta nel 1512, la Lanterna fu ricostruita nella forma attuale
verso il 1543, probabilmente da Giovanni Maria Olgiati.
Misura 127 metri di altezza e possiede un potente
apparecchio luminoso che, di notte, indica alle navi la via del porto.

(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)

 

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La storia della Porta Soprana.

Nel 1154, il nobile Oberto Spinola venne inviato
alla Dieta di Roncaglia per rendere omaggio
all'imperatore Federico I, di Hohenstaufen,
detto il "Barbarossa"; però, al tempo stesso,con l'intenzione
di ribadire l'indipendenza della città. Il nobiluomo
difese così bene gli interessi di Genova, che il "Barbarossa"
non chiese più che una gabella in denaro.
Però prudenzialmente, nel 1155, furono migliorate
le mura aggiungendo, tra l'altro, le mirabili torri di Porta Soprana.
Il nome "Soprana" deriva dal fatto che era la porta posta
in posizione più elevata, tra quelle di Genova.
Il "Barbarossa" non provò mai ad attaccare Genova,
forse proprio per le buone difese fortilizie.
In una delle torri di Porta Soprana, fu custodita la ghigliottina
usata dal boia che decapitò Luigi XVI, tale Samson.
Dopo l'abolizione della ghigliottina, nella stessa torre
fu posta, dal 1809 al 1851 una forca.
In quei pressi si trovava il Carcere di sant'Andrea.
Una lapide millenaria scritta in latino, murata all'interno della
Porta,ammonisce lo straniero di male intenzioni
ed esalta la potenza di Genova :

"Sono difesa da uomini, circondata
da mura meravigliose e, con forza,
respingo lontano le armi nemiche.
Se porti la pace, puoi toccare
queste porte ; se porti la guerra,
tornerai indietro triste e vinto.
L'Austro e il Ponente, il Settentrione
e il Levante, sanno quante vicende
di guerra io, Genova, ho superato. "

(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)

 

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Qualche informazione biografica su Cristoforo Colombo.

Genova, 26-31 ottobre 1451 - Valladolid, 20 maggio 1506.
I genitori: Domenico, modesto cardatore di lana,
e Susanna Fontanarossa.
Aiutò il padre nel lavoro, ma di quando in quando,
si allontanava da casa per intraprendere brevi viaggi.
Nel 1473, fu a Schio, a Marsiglia, a Tunisi.
Nel 1476, approdò, per caso, in Portogallo. Viaggiò fino all'Islanda,
lungo la costa di Guinea, visitò Madera, le Canarie, le Azzorre.
Nel 1479, forse a Lisbona, sposò Filippa Perestrelli,
e l'anno seguente gli nacque il figlio Diego.
A poco a poco, concepì il suo ardito disegno:
giungere alle Indie meravigliose e ricchissime navigando
verso Occidente. Incoraggiato nell'impresa dal fratello
Bartolomeo e soprattutto dal dotto fiorentino Paolo Toscanelli,
chiese invano le navi necessarie a Genova, a Venezia,
a Luigi XI re di Francia, a Edoardo IV re di Gran Bretagna,
a Giovanni Il re dei Portogallo. Stanco e affamato, si rifugiò,
nel 1486, nel convento francescano di santa Maria della Rabida,
in Castiglia. Qui il padre guardiano, già confessore
della regina Isabella, lo ascoltò, lo incoraggiò,
lo presentò ai maggiori ecclesiastici della corte,
riuscì a farlo ricevere dai sovrani. Fu deriso
all'università di Salamanca. Poi, grazie alla protezione
di padre Perez e della regina Isabella, poté avere tre caravelle:
la santa Maria, la Pinta, la Niña. Il 3 agosto 1492 salpò, finalmente,
dalla baia di Saltes, nell'estuario dell'Odiel,
presso la cui riva orientale sorge Palos. E il 6 settembre 1492 iniziò,
dall'isola di Gomera (Canarie), la traversata dell'oceano Atlantico.

(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)

 

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La peste a Genova.

Non bastando le congiure e le lotte intestine
ad amareggiare i giorni della vecchia Repubblica
genovese, ecco, nel 1656, arrivare la peste.
Nel volgere di 14 mesi morirono più di 74.000 persone,
nonostante i generosi sacrifici del senato
e del vescovo Durazzo, detto "il Borromeo di Genova",
che con il clero si prodigò all'assistenza degli appestati.
Stefano Durazzo, cardinale arcivescovo della nostra città
dal 1635 al 1664, fece costruire a sue spese
il Seminario e fondò la congregazione dei missionari
di san Vincenzo de' Paoli.
Morì a Roma nel 1667.

(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)

 

 

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La nave "Garaventa"

introduzione a cura di Riccardo Venturi.

La nave "Garaventa", nota come "Scuola officina di redenzione sul
mare" fu voluta da Nicolò Garaventa, e dal 1883 al 1977 ha svolto un
ruolo istituzionale la cui interpretazione può essere radicalmente
diversa a seconda delle opinioni. Per molti fu un'istituzione di
grande rilievo e importanza nell'assistenza e nel recupero di molti
ragazzi. Per molti altri fu semplicemente una galera.
L'autore della canzone è un nome molto noto nella canzone di qualche
anni fa: Anton Virgilio Savona.
Nato a Palermo nel 1920, musicista, cantante e compositore, Anton
Virgilio Savona è stato uno dei membri del Quartetto Cetra assieme
alla moglie Lucia Mannucci e agli amici e colleghi Tata Giacobetti e
Felice Chiusano (questi ultimi due sono scomparsi).
Accanto all'attività di garbata e intelligente canzone di
intrattenimento svolta con il Quartetto Cetra, Anton Virgilio Savona
affiancava la composizione di canzoni d'autore decisamente solforose
ed impegnate politicamente, che purtanto definiva "canzoni delicate".
E' autore di tre album di simili canzoni, "Pianeta Pericoloso" (1970,
affidato all'interpretazione di Corrado Pani e Odis Lévy), "Sexus et
politica" (1972; tratto interamente da testi di autori latini, è
affidato a Giorgio Gaber) e "E' lunga la strada" (1973), interpretato
personalmente.
"La Garaventa" è tratta da quest'ultimo album. Eccone il testo,
sperando che interessi. Lo ho trascritto all'ascolto da una copia
reperita con mezzi di fortuna in quanto l'album non è stato mai
ristampato.

LA GARAVENTA
Anton Virgilio Savona, 1971

[Parlato]
Nel porto di Genova, è ormeggiata da tempo immemorabile una vecchia
nave da guerra adibita a istituto di rieducazione per minorenni. Il suo nome è: La Garaventa.
La Garaventa è ferma nel porto,
ferma da anni, immobile nel tempo,
fissata alla terra da forti gomene
e al fango del fondo da forti catene.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.
Vola un gabbiano giocando col vento,
nuvole bianche si inseguono nel cielo.
Passano giorni, e mesi e stagioni,
è piena la stiva di maledizioni.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.
L'elica è ferma, un trifoglio appassito
stretto da cento ghirlande di conchiglie,
il ponte è lavato da gocce di pianto,
il buio è spezzato da un solo lamento.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.

[Recitato]
Guarda: nel buio del boccaporto
mille speranze rimangono sepolte.
Aspettano un nastro di luce dal ponte,
e intanto marciscono miseramente.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.

[Cantato]
La Garaventa è ferma nel porto,
ferma da anni, immobile nel tempo,
fissata alla terra da forti gomene
e al fango del fondo da forti catene.
La Garaventa non salpa mai,
La Garaventa non salpa mai.

 

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Balilla caccia gli austriaci.

Nel 1746, al comando del generale Botta Adorno,
l'esercito austriaco, sceso da Campomorone,
entrò in San Pier d'Arena e invase Genova.
Sul tramonto del 5 dicembre, un drappello di soldati
austriaci trascinava un mortaio per le vie di Portoria
quando, all'improvviso, la strada sprofondò sotto
il grave peso, costringendo i soldati a chiedere aiuto
ai popolani che si rifiutarono.
Si irritò il caporale austriaco e, alzato il bastone
che teneva in mano, colpì i riluttanti. Un urlo di rabbia.
Un ragazzo soprannominato Balilla afferra un sasso
gridando: "Che l'inse?" e lo scaglia contro il caporale.
Una pioggia di sassi. Gli Austriaci, abbandonato il mortaio,
fuggono precipitosamente inseguiti dalla folla.
Nei giorni successivi, ai popolani di Portoria si uniscono
i Bisagnini e i Vincenzini. Si uniscono i facchini dei porto,
i carbonai, i garzoni di taverna: una turba di uomini urlanti,
decisi a tutto, che assalgono le caserme e vogliono armi, armi, armi.
Vista ormai inutile qualsiasi resistenza, il generale Botta Adorno
ordina la ritirata. I nemici oltre passano i Giovi abbandonando
sul terreno equipaggiamenti, munizioni e parecchi feriti.
È il 10 dicembre 1746.

(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)



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L'arco di piazza della Vittoria.

I Genovesi vollero onorare i loro Caduti
nella guerra 1915-18, con un monumento,
opera di valenti artisti.
Il maestoso arco fu ideato dall'architetto
Marcello Piacentini, con fregi e bassorilievi
di Arturo Dazzi, con sculture e statue
di Giovanni Prini ed Edoardo De Albertis.
Il monumento, detto "la sinfonia eroica",
è alto 27m. e largo 20m. Nella cripta,
con il semplice altare di marmo rosso
di Levanto, sono raccolti i nomi
di oltre 5.000 genovesi caduti in guerra.
In alto, l'iscrizione di Mario Maria Martini:
"Per te morti, o Patria, riviviamo con te.
Specchiatevi, fratelli, nel nostro sangue, per riconoscervi".
Inoltre, nei due militari dell'ultimo fregio
verso il Bisagno, si ravvisano Marcello Piacentini
che presenta il bozzetto dell'opera,
mentre Arturo Dazzi tende le mani in fraterno aiuto.
Ancora tra i bersaglieri del fregio, è facile ravvisare Mussolini,
mentre la scrittrice Maria Belionci è riconoscibile
osservando il monumento dalla stazione Brignole.
La solenne inaugurazione si tenne il 31 maggio 1931
alla presenza dei re Vittorio Emanuele III
e delle più importanti autorità dello Stato.

(tratto da "Storia e tradizioni di Genova"di G. Marsano, Valenti editore)

 

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Qualche informazione biografica su Gilberto Govi.

Attore teatrale (Genova 1885 -1966). Dedicò tutta la vita
all'affermazione di un teatro dialettale genovese,
di cui è stato l'esponente più valido, a capo
di una propria compagnia e con un repertorio che,
salvo poche eccezioni (I manezzi pe maiâ 'na figgia),
fu scritto su misura per lui (I Gustavin e i Passalegna,
Pignasecca e Pignaverde, Sotto a chi tocca, Colpi di timone).
La straordinaria mimica, la recitazione spontanea, fresca,
moderna, e una carica di umana e bonaria simpatia,
contribuirono ad un successo che si estese
ad ogni parte d'Italia, e dal 1955 fu ingigantito
da un ciclo televisivo. L'attore, che ebbe sempre al fianco
la moglie Rina Gaioni, prese parte anche a tre film,
fra cui "Colpi di timone (1942).
Le sue ultime parole, in punto di morte, furono:
"Ma quante ghe veu pe moî ?".

 

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I tramway

Il primo servizio cittadino fu inaugurato il 4 luglio 1841,
il percorso andava da Porta Pila
a Sampierdarena al prezzo di 25 centesimi.
Le linee si differenziavano con un sistema più vistoso
delle targhe odierne: cavalli neri
per i percorsi estesi fuori dal perimetro cittadino, bianchi
per i tragitti urbani. Il 10 marzo 1878 comparve
il tram a cavalli, anzi il "tram-way"
come rigorosamente si scriveva
sulla linea Principe-Sampierdarena.
La successiva data fondamentale per i servizi cittadini,
fu quella dell'introduzione delle vetture elettriche: ciò avvenne il 15
maggio 1898, sulla linea che percorreva via Assarotti.
L'U.I.T.E. (Unione Italiana Tramway Elettrici)
che per tanti anni curò i trasporti
cittadini, nacque il 10 settembre 1892 e all'inizio del 1900 aveva
un parco macchine di circa 200 unità. Il 22 ottobre 1964 mentre
gradatamente le ultime linee tranviarie venivano sostituite dai servizi
d'autobus, la vecchia U.I.T.E. venne
municipalizzata, dando vita alla A.M.T. (Azienda Municipalizzata Trasporti).
Il 26 dicembre 1966 l'ultimo tram concluse la sua corsa.

 

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Giuseppe Verdi e Genova

Non tutti sanno che Giuseppe Verdi trascorreva gli inverni a Genova:
gli piaceva il clima, amava i dolci locali, regolava il suo orologio
da tasca sull'orologio del Carlo Felice, famoso per la sua precisione.
Nel 1889 il maestro compì il suo giubileo artistico
e Genova lo festeggiò solennemente,
all'università, con un discorso di Anton Giulio Barrili
e con il dono di una medaglia d'oro, opera dell'incisore
della Zecca, Speranza."

 

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Due santi a Genova

Fra il 64 e il 68 d.c., i santi Celso e Nazaro
per sfuggire a Nerone, arrivarono in Albaro,
là dove esisteva un tempio pagano dedicato agli dèi Mani.
I genovesi ascoltarono con interesse la loro predicazione
e molti si convertirono al cristianesimo.
E proprio lì e allora, sembra che sia stata, per la prima volta, celebrata
pubblicamente la S. Messa. Quando, verso agli anni 70,
giunse la notizia che i due santi avevano subito il martirio,
i Genovesi dedicarono ad essiil tempio degli dèi Mani.
Un giorno,la chiesa dei santi Nazaro e Celso
fu inghiottita dalle onde. Ricostruita nel 1545, sparì
una seconda volta nel mare. Fu costruita per la terza volta,
ma purtroppo, con il piano regolatore,
la chiesa scomparve per sempre.

 

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Giuseppe Mazzini

Ecco una descrizione che ne diedero le autorità
poliziesche dell'epoca: *Il carattere di questo giovane
entusiasta è dei più pericolosi perchè scevro di ogni vista
d'interesse personale. Egli non cospira che per
la rigenerazione dell'Italia, pronto onde procurargliela,
ad affrontare qualunque pericolo e a vanificare tutto, anche la vita,
facendo persino, al caso, il mestiere dell'assassino*.

 

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Imperatori di Roma liguri

Di Vado, Publio Elvio Pertinace crebbe modesto e generoso.
Fu maestro di scuola, soldato, console, imperatore di Roma.
Succedette a Commodo. Trascorsi pochi mesi,
fu ucciso dai soldati che detestavano le sue virtù.
Tito Elio Proculo di Albenga (280)
accettò la nomina a imperatore.
Tradito dai Galli, venne sconfitto da Probo che l'uccise.
La sua famiglia continuò ad abitare in Albenga
senza subire molestie.

 

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Il monumento a Colombo

A Principe, in piazza Acquaverde,
sorge il monumento a Cristoforo Colombo.
In alto giganteggia il navigatore con ai piedi l'America.
Le quattro statue simboleggiano:
la Fortezza, la Pietà, la Prudenza, la Nautica.
I quattro bassorilievi rappresentano:
Colombo al congresso di Salamanca,
Colombo che innalza la croce
sulle nuove terre, Colombo che presenta
ai reali di Spagna i frutti del nuovo mondo,
Colombo incatenato.

 

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Medioevo in città

Nel 1100-1200 d.c. le case del popolo
erano quasi tutte ancora di legno.
Quando tirava forte vento, il sindaco
avvertiva la gente perché stesse attenta
allo scoppio di eventuali incendi.
Non molto più tardi, si cominciò a fabbricare
case di mattoni e pietre.
Nel resto della penisola, però, si continuò
ancora per molti anni ad abitare in capanne.
Quelli che facevano lo stesso lavoro o
commerciavano la stessa mercanzia,
si raggruppavano, in genere, nelle medesime vie.
Così alcune strade di Genova vennero chiamate
col nome degli artigiani e dei mercanti che
vi lavoravano :
via Giustiniani (falegnami)
via dei Macelli
via dei Fabbri
via Orefici
borgo Lanaioli

 

 

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Il patrono di Genova

Di ritorno in patria dalle crociate
intorno al 1100, le galee genovesi toccarono le coste della Licia
e trovarono le ceneri di San Giovanni Battista,
rinvenute in un convento vicino alla città di Mira.
Questo fatto ebbe una grande importanza
nella vita religiosa della città,
perchè da allora il santo
venne considerato Patrono di Genova.

 

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Le ultime colonie genovesi, ovvero da PEGLI a TABARCA e a CARLOFORTE

Ecco un breve accenno alla storia delle colonie pegliesi che
si possono anche considerare le ultime vere colonie di Genova.
Tratto ed elaborato da
http://www.pegli.com
http://www.carloforte.com/Guida_turistica/STORIA.HTM
http://www.terra.es/personal/vtin99/situa.htm
Da alcuni atti legali è accertato che parecchi cittadini pegliesi
emigrarono per fondare piccole colonie in Corsica, Sardegna, Sicilia,
Alessandria d'Egitto, Provenza, Catalogna e un po' ovunque nel
Mediterraneo.
Se in alcune di queste località non vi si stabilirono, sicuramente vi
commerciarono. Sono però di notevole importanza gli stanziamenti
storicamente accertati di Tabarca (in Tunisia), di Carloforte (in Sardegna)
e di Nueva Tabarca (in Spagna).
Tutto incomincia nel 1544 quando la nobile famiglia dei Lomellini riesce a
farsi dare in concessione dall'imperatore Carlo V (che possedeva alcune
enclaves sulla costa nordafricana) la piccola isola di Tabarca al largo
delle coste tunisine allo scopo di praticarvi la pesca del corallo e il
commercio in generale.
I Lomellini assumono anche il diritto di nominare un amministratore di
fiducia con poteri quasi politici.
Ora occorre sapere che nel Cinquecento i Lomellini oltre che a Genova
vera e propria erano straordinariamente presenti a Pegli con decine di
proprietà, case, ville e palazzi, alcuni dei quali ancora oggi intatti.
Innanzi tutto Villa Rosa Lomellini (quella di viale Modugno) e poi il
Castello Chiozza (ora hotel Miramare) e Villa Lomellini-Banfi (dopo il
Castello Vianson). Un po' rimaneggiato nel corso dei tempi, il Palazzo e la
Torre Lomellini di Porticciuolo (ora hotel Mediterranèe) e
Villa Rostan-Lomellini (quella dello stadio Pio anzi Signorini e che
purtroppo ha perso il parco "grazie" al massacro del Ponente genovese
tuttora pervicacemente in atto: adesso al posto del parco c'é...la
Carmagnani) [sembra incredibile].
Per la cronaca, l'altra famiglia massicciamente presente in
quel di Pegli era quella dei Doria (basti pensare al Museo Navale di Villa
Doria in Piazza Bonavino).
(
http://www.genova2001.it/fotopiazze/piazzabonavinocristoforo.jpg).
Così, per inciso, le due famiglie non andavano affatto d'accordo con la
conseguenza che in certi periodi, Pegli era praticamente divisa in due.
("Lascia che se dagghe a Dòia co-a Lomellin-na", antico modo di dire
pegliese, da me già postato).
Ma questa é un'altra storia.
Ritorniamo a Tabarca.
Dovendo colonizzare l'isola, i Lomellini, signori di Pegli, trovano naturale
invitare la popolazione locale, formata da rozzi pescatori ma tutti dotati
della caratteristica genovese di allora, forse oggi perduta, e cioè di
essere straordinariamente aperti al commercio e all'avventura.
E così quasi trecento famiglie pegliesi prendono il mare e coraggiosamente
si trasferiscono a Tabarca, piccola isola al largo della costa
tunisina ben lontana dall'amata Pegli.
A Tabarca i coloni vendono per 4,50 lire/libbra il corallo ai Lomellini, i
quali lo rivendono per 9,10 lire/libbra.
I vicini saraceni e francesi però, non si rivelano affatto ospitali.
I primi si specializzano in scorribande, pirateria e cattura di schiavi da
vendere o riscattare. I secondi fanno dei veri e propri tentativi di
occupazione, oppure manovrano i saraceni in modo da liberarsi della
scomoda concorrenza pegliese.
Nel 1633 il corso Guidiccelli, con un gruppo di francesi, prova ma fallisce
nell'impresa di occupare l'isola.
Il Bey di Tunisi ed Algeri invece continua a taglieggiare i coloni, forse
manovrato dai francesi.
Le perdite economiche dovute ai saraceni, la diminuzione del banco
corallifero, le incursioni corsare e soprattutto l'eccesso di popolazione,
fanno diventare meno attraente la minuscola isola, diventata nel frattempo
davvero troppo piccola.
Per impedire l'aumento demografico sembra che fosse addirittura vietato il
matrimonio (!!!), pena l'allontanamento.
Tra il 1718 e il 1729, Tabarca viene subaffittata a Giacomo Durazzo e
Giambattista Cambiaso.
Nonostante tutto però, la ricchezza della colonia e la sua importanza
continuano a diminuire ed allora i tabarchini-pegliesi cominciano a
guardarsi letteralmente intorno, sempre in quel lembo del mare
Mediterraneo.
Già nel 1736 quando Carlo Emanuele III di Savoia aveva preso la decisione
di valorizzare la Sardegna, un gruppo di tabarchini guardava con molto
interesse all'isola di S.Pietro (Sardegna sud-occidentale) sino ad allora
abitata soltanto dai conigli selvatici.
In accordo con il Viceré di Cagliari, si pianifica allora l'arrivo di 300
coloni tabarchini nella nuova terra. L'anno dopo si prepara l'arrivo di
altri 700 tabarchini con la promessa di poter commerciare il corallo con
lo stesso trattamento economico fatto dai Lomellini a Tabarca.
Il 17 ottobre 1737 tra il nobile don Bernardo Genoves y Cervillon, marchese
della guardia, il conte Botton de Castellamont, intendente generale
dell'isola e Agostino Tagliafico, rappresentante dei tabarchini, viene
stipulato l'atto di infeudazione dell'isola di S.Pietro e si stabilisce che
la futura cittadina che si sta per fondare come piccolo capoluogo della sino
ad allora deserta isola, sarebbe stata battezzata con il nome di
Carloforte, in onore del Re.
Viene programmato l'arrivo degli esuli tabarchini entro la primavera del
1738. Sembra che a Tabarca, appena giunta la notizia, siano stati subito
celebrati almeno 30 matrimoni.
Un primo gruppo di 86 persone funge da testa di ponte per preparare la zona
ai successivi. Il 17 aprile arriva il secondo gruppo, costituito da altri
381 tabarchini. Il 21 maggio, 3 delegati tabarchini giurano fedeltà a Carlo
Emanuele III.
Il 24 giugno Giambattista Segni viene eletto sindaco.
Sull'isola sono a quel tempo presenti 118 famiglie.
E finalmente quella gente avvezza a tutti i sacrifici, ha anch'essa modo di
prosperare: non solo si dedica alla tradizionale raccolta del corallo, ma
anche alla pesca del tonno, alla produzione del sale, all'agricoltura e,
soprattutto, all'arte della marineria: i maestri d'ascia di Carloforte
vengono considerati dall'ammiraglio Orazio Nelson addirittura i migliori del
Mediterraneo!
La fiorente comunità richiama allora a sè un folto gruppo di nuovi immigrati
dalla Liguria (ancora da Pegli naturalmente, ma anche da Sestri e Prà e da
tutto il resto di Genova, e poi da Arenzano, da Camogli, da Rapallo e da
S.Margherita Ligure), dalla Campania (Ischia, Napoli e Torre del Greco) e
dall'isola di Ponza.
Nell'ormai quasi avìta isola di Tabarca invece, la situazione precipita.
I Lomellini, consci del fatto che, a questo punto, tutti i tabarchini
avrebbero abbandonato definitivamente l'isola, cercano di restituirla (o
per meglio dire, di rivenderla) alla Spagna ma, non riuscendoci, provano
allora a rivolgersi alla Compagnia francese d'Africa.
Il Bey di Tunisi però, non gradisce affatto l'essere stato escluso dalle
trattative, e per mezzo di 8 golette ed un inganno, sequestra i
notabili e tutti i 900 (circa) abitanti ancora rimasti sull'isola.
Distrutto il possibile, conduce i prigionieri in terraferma come schiavi
per venderli o riscattarli (1741).
La nobiltà europea, e maggiormente Carlo Emanuele III, paga il riscatto
di 50.000 zecchini. Nel 1750 vengono liberati 121 tabarchini. Nel 1753,
grazie al Papa, ne vengono affrancati altri.
Alla morte del figlio, il Bey lascia andare anche gli ultimi prigionieri
rimasti.
Quasi tutti gli schiavi liberati raggiungono la nuova patria a Carloforte
dove viene eretta una statua in onore del Re Carlo Emanuele III.
Tra il 2 gennaio e il 24 maggio 1793 la Francia occupa l'isola di Carloforte
per farne una base navale.
Interviene allora la flotta spagnola comandata dal duca Borgia che libera
l'isola ed imprigiona 625 francesi.
Ma tra il 2 e il 3 settembre 1798, Carloforte, proprio come era stato,
negli anni passati quasi uno sventurata costante nel destino di Tabarca,
subisce anch'essa l'assalto e la violenza di un'improvvisa incursione
saracena.
La tradizione vuole che fosse un giovane della Capraia a guidare una
feroce scorribanda tunisina sull'isola.
Al termine di questa, si contano 800 prigionieri fatti nuovamente schiavi,
1000 abitanti in fuga e i rimanenti tutti morti.
Il Papa, la Turchia, la Russia, il Re di Sardegna e Napoleone organizzano
separatamente il riscatto. Pio VII con una bolla del 1798 destina alcuni
fondi a tale scopo. Ma solo nel 1803 Vittorio Emanuele I con
360.000 lire riesce finalmente a riscattare tutti quanti.
Ma non ogni discendente dei tabarchini si trova a Carloforte.
Durante tutte quelle incursioni saracene, periodi di schiavitù e successive
liberazioni, alcuni gruppi di tabarchini si erano rifugiati su un'isola
spagnola al largo di Alicante che venne ribattezzata Nueva Tabarca.
Quest'ultima non mantenne però i contatti con Pegli, perse le sue
tradizioni e da allantou "a se missa a parlä spagnollo".
Carloforte invece rimase culturalmente legata e molto fedele alle sue
origini genovesi di Pegli, perchè i pegliesi-tabarchini-carlofortini
giustamente credettero e credono tuttora nel "mi son nasciûo zeneize e no me
mollo!".

(a cura dell'amico 3G)

 

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Il bombardamento navale del 08/02/1941 da parte degli Inglesi

 

Nessun genovese si aspettava che arrivasse dal mare, il terribile attacco
che colpì Genova il 9 febbraio 1941: gli orologi
segnavano le 8.14 e la Renown, nave capofila della Forza H,
da una distanza di 19 km iniziò il bombardamento navale.
Sulla città e sul porto piovvero trecento tonnellate di bombe,
sparate dai 14 pezzi da 381 delle due navi corazzate e
dai 12 pezzi da 203 dell'incrociatore, che sparavano correndo a 18 nodi.
Il fuoco durò 31 minuti e colpì 254 caseggiati ed edifici pubblici
tra cui la Biblioteca Berio,il Palazzo dell'Accademia Ligure di Belle Arti,
la Cattedrale di San Lorenzo, il Molo, l'Archivio di Stato
e l'Ospedale Galliera. Alcuni di questi edifici
custodiscono ancora nelle residui di bombe inesplose,
testimoni di una ferita che solo in superficie, con la recente
ristrutturazione dell'Acropoli di Sarzano, è stata cancellata
dal volto di Genova. Una città che si trovò impreparata
a un simile attacco, disponendo di un apparato difensivo
inadeguato rispetto ai rischi, e programmato più che altro
contro le incursioni aeree. L'ammiragio Sommerville, comandante
delle forze inglesi cita nel suo resoconto: "La sola reazione
delle difese di Genova fu il tiro di una batteria da 152 mm,
e dell'antiaerea diretta conto il nostro ricognitore.
In entrambi i casi il tiro fu del tutto inefficiente".

Pagina connessa al sito biografiadiunabomba ( http://www.biografiadiunabomba.it )
che parla anch'esso di questo fatto storico nella sezione "Bombardamenti".

 

 

 

 

 

 

 

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