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LA "DICHIARAZIONE DI PAXIA": IL PIU’ ANTICO DOCUMENTO IN UN VOLGARE LIGURE

di Riccardo Venturi

 

1. Introduzione

La "Dichiarazione di Paxia" è il più antico testo scritto pervenutoci in un volgare ligure.

Fu segnalata e pubblicata da Geo Pistarino: "Un documento volgare della fine del secolo XII", in "Cultura neolatina", XII, 1952. A parte questo, non esistono altri studi completi su di essa, tranne il capitolo ad esso dedicato dal prof. Arrigo Castellani ne "I più antichi testi italiani" (Bologna: Pàtron, 1985).

Sarebbe inutile sottolineare la straordinaria importanza che tale documento dovrebbe avere per tutta la Liguria e tutti i liguri; un'importanza che travalica anche i confini della Regione stessa, dato

che, complessivamente, ci sono pervenuti soltanto sedici testi scritti in volgari di tipo italiano anteriori al XII secolo. La "Dichiarazione di Paxia" ne è, fra l'altro, uno dei più lunghi e più chiaramente

individuabili. Con tutto ciò, la sua notorietà è purtroppo assai scarsa; vediamo quindi di parlarne un po' compiutamente, sperando ovviamente che possa interessare anche chi non si occupa direttamente di questioni di linguistica storica.

 

2. Localizzazione e Storia del documento

Il cartulario dei notai Arnaldo Cumano (1178-1182) e Giovanni di Donato (1182-1183), conservato nell'Archivio di Stato di Savona, contiene due foglietti sciolti, inseriti alla carta 175A. La "Dichiarazione" si legge nel primo di questi due fogli, ed è così riassunta dal Pistarino: "Una vedova, Paxia, moglie del fu Giovanni, a tutela della propria dote e a salvaguardia dei diritti dei terzi, si presenta, come d'uso, ai consoli della città -siamo quasi certamente a Savona- e dichiara l'esatta consistenza dei beni lasciati dal defunto, dei beni da lei recati in dote al marito, delle spese incontrate in occasione del decesso e dei debiti che rimangono da pagare".

Il primo documento in un dialetto ligure è quindi, al pari di altri in altri volgari, un atto notarile; e, più precisamente, una dichiarazione di successione. Sorvolando sulle complesse questioni relative alla datazione precisa del documento, si può indicarne come "terminus ante quem" il 1182 e come "terminus post quem" il 1202. Come scrive il Castellani, la data più probabile è comune il 1193: "da questa data, infatti, s'inizia in Savona il regime podestarile, e solo saltuariamente ricompare in seguito, saltuariamente, il governo consolare". Il ligure è stato quindi usato per la prima volta in un documento ufficiale ben 808 anni fa.

Come risulta dall'inventario dei loro averi, Giovanni e Paxia erano gente di modesta condizione: la dote della donna era assai esigua al pari del corredo personale del marito, le suppellettili domestiche erano poverissime ed i mobili ridotti allo stretto necessario. Un brutto giorno, Giovanni cade infermo a Genova, d'una infermità che lo conduce a rapida morte; e, malgrado le ristrettezze economiche, Paxia non esita dinanzi alle spese pur di riportarselo a casa e dargli onorata sepoltura. Il documento riporta esattamente le spese dovute sostenere da Paxia per il trasporto e per il funerale: quattro soldi e un denaro per il trasporto, cinque soldi meno un denaro per le esequie e ventinove denari per le esequie della settima. Paxia rimane sola, con la misera eredità del marito: pochi indumenti, poche masserizie, gli arnesi da pesca, sedici denari in stamigna e cinque in contanti (trovati nel baule). Ci sono per altro dei debiti e l'affitto di cinque mesi da pagare.

 

3. Il Testo

"Dichiarazione di Paxia": Savona, 1193 [1182-1202]

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In nomine Domini. Ei Paxia, uxor Iohannes, manifesto ante consules per Sancti Dei evangelii in bona fide.

Quando ego aduxi viro meo da Ianua, costà sol. .iiii. .dr. .i. In sepellir viro meo dispexi sol. .v. minus .dr. .i. | In septime dispexi d. .xx.viiii. | Et ei Paxia habeo de viro meo colcera una et unum oreger et carpite due | et unum mantello d'Araça cum une pellis d'agnello et une altre pelle d'agnello et gonnelle .iiii., una de bruneta et una vergada et due albaxie et unum copertor vetulo et capa una et sachon .i. paria .ii. de brague et | unum camixoto et unum sacho et paria duo de çoculi et paria duo de calce et lence .ii. et una agnina et barril due | et una da far buada et mastra .j. et una archa et lectulo unum et une tesoire et una vidola et bolentin .jj. | unum blancho et unum negro, et una boda rota et unum crivel et pairol .j. et laveço .j. et scudelle .ij. et una seia | et una galleda et dolii .jj. et una tola da seder et enapo .j. et pectini .ii. da oral et altro peiten da binde || et unum tridor et una cesta et unum mantello de vermeion, que ei porto, et cane .ii. da pescar et una scala et barril | una calavrese et gabie .vi. et in stamegna d. .xvi. et anello .j. d'ariento et d. .v. que ei trovai int er barril, et .j. trespei | Et ei Paxia dedit ad viro meo Iohannes libr. .v. et copertor .j. novo qui fo encantado sol. .xx. et unum sachon et unum lençol da | sol. .iii. et oral .ii. da .xxviii. dr. et una toaia. Et ei debeo dare pixon de casa l'anno sol. .viii. et sunt stada | mensis .iiii. et ei debeo dare pixon ad Anricus de Detesalve sol. .vii. et sunt debita s. .iii. dr. .v.

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4. Traduzione letterale

"In nome di Dio. Io Paxia, moglie di Giovanni, dichiaro questo davanti ai Consoli sul Santo Vangelo ed in buona fede. Quando riportai mio marito da Genova, costò 4 soldi e 1 denaro. Per seppellirlo spesi 5 soldi meno 1 denaro. Per le esequie della settima ho speso 29 denari. Ed io Paxia ho da mio marito una materassa, un guanciale e due coperte di pannolano, un mantello di Arras con una pelle d'agnello ed un'altra pelle d'agnello; quattro gonnelle, una di panno bruno, un'altra a righe e due di panno albagio [panno grossolano di lana, NDT], una coperta vecchia, una cappa, un saccone da letto, due paia di mutande, un camiciotto, un sacco, due paia di zoccoli, due paia di calze e due fasce di lino, una coperta di lana d'agnello e due barili, di cui uno per fare il bucato [mastello?]; una madia, un baule, un lettino, un paio di forbici, una cassa da pesca [?], due bolentini di cui uno bianco e uno nero, una botte [?] rotta, un setaccio, un paiolo, un mastello, due scodelle e una secchia; un orcio, due giare, una panca, una coppa, due pettini per i capelli e un altro pettine per le bende [con le quali si tenevano in ordine le trecce, NDT]; una mezzaluna [?], una cesta, un mantello di stoffa vermiglia, quello che porto [adesso], due canne da pesca, una scala, un barile, un barile calabrese, sei nasse; 16 denari in stamigna, un anello d'argento, 5 denari che ho trovato nel barile e un treppiede. Ed io Paxia portai in dote a mio marito Giovanni 5 lire, una coperta nuova che era stata comperata all'asta per 20 soldi, un saccone, un lenzuolo da 3 soldi, un velo da 28 denari e una tovaglia. Ed io debbo pagare l'affitto di casa, che costa 8 soldi e mezzo l'anno, e sono stata 4 mesi, e devo dare per l'affitto a Enrico di Diotisalvi 7 soldi e i debiti sono 3 soldi e 5 denari".

 

5. Commento linguistico

5.1. La pronuncia e la grafia [*]

[*] Si avverte che tra parentesi [ quadre ] si indica la consistenza di un fonema o la trascrizione fonetica di un termine, mentre con i < segni di maggiore e minore > si indica l'aspetto di un grafema o la consistenza grafica di un termine.

In un documento come la "Dichiarazione di Paxia", sia per la sua antichità che per la sua natura, l'influenza del latino è scontata. Un latino, ovviamente, ben lontano non solo da quello classico, ma anche dal bassolatino corretto riservato agli usi "elevati". Ciononostante, il latino fornisce quasi sempre il modello ortografico, che spesso e volentieri ben "nasconde" l'effettiva consistenza fonetica di diversi termini: e' il caso dei termini contenenti < p > intervocalico, sicuramente da leggersi [ v ]: < sepellir > [ seve'l:ir ], < copertor > "coperta" < kover´tor >; oppure di < vetulo >, che sicuramente nasconde [ ´vedzu ] e < blancho > per [ ´dz'anku ] (genov. mod. < gianco >). Lo stesso vale per < negro > per il sicuro [ ´nejgru ] (genov. mod. < neigro >). Ancora, è impensabile che una donna del popolo come Paxia abbia usato il latinismo < Ianua > per "Genova".

L'uso del volgare nei documenti notarili è altrettanto ovvio: il notaio deve trascrivere fedelmente le dichiarazioni dei convenuti, che si esprimono nella lingua d'uso. E così, oltre la metà dei sedici documenti anteriori al XII secolo che contengono dei volgari italiani sono atti notarili, a partire dai celeberrimi "placiti Capuani" del marzo 960 ("Sao ko kelle terre..."); anche se il piu' antico documento in volgare, anteriore addirittura all' Indovinello Veronese, sembra essere l'iscrizione rinvenuta nel 1903 nella catacomba romana di Commodilla e recante un invito a non recitare il Canone ad alta voce: Non dicere ille secrita a bboce. Siamo probabilmente nel pieno del secolo VIII.

Tornando alla nostra "Dichiarazione" ligure, vediamo adesso di analizzare compiutamente il testo, facendo specialmente rimarcare le coincidenze e le divergenze con il ligure attuale.

La prima cosa che salta all'occhio, fin dal nome stesso della dichiarante, è l'uso del grafema < x >; e ci sono tutti gli indizi che già in quel lontano tempo il grafema fosse utilizzato per notare il fonema [ z' ], proprio come nel ligure di oggi. < Paxia >, insomma, si leggerebbe [ 'paz'ja ], allo stesso modo in cui un genovese del 2001 legge parole come < xêuo > "volo" o < caxõn > "cagione". E gli esempi sono sparsi in tutto il testo, testimoniando cosi' dell'assoluta antichità di questo modo grafico: < dispexi > "spesi" [di'spéz'i], < albaxie > "panni albagi" < alba´z'ie >, < pixon > "affitto, pigione" [ pi´z'õn ] (< latino PENSIONEM; ancora attuale, cfr. il genovese < pixõn >). Cio' ci fa sospettare che il volgare ligure fosse gia' da tempo utilizzato in forma scritta, anche se, come è ovvio, non mancano le incertezze: ad esempio, in due termini che sicuramente presentavano lo stesso fonema, esso e' notato con < s >: < calavrese > "barile calabrese" (ma è un'incertezza presente ancora oggi: cfr. le due grafie, entrambe diffuse, < zeneise > e < zeneixe > "genovese") e < tesoire >"forbici" (< latino TENSORIA; cfr. il portoghese < tesouras > o < tesoiras >, con lo stesso significato). A volte < x > sembra pero' indicare il fonema [ š ]: è il caso di < aduxi > "portai, trasportai" (< latino ADDUXI ], da leggere sicuramente [ a' duši ].

Il fonema palatale < dz' > (ovvero la "g dolce" di "Genova, giallo") è espresso con < i > in < seia > "secchia" e < toaia > "tovaglia" (< francone THWALJA): cfr. il genovese moderno < seggia > e < tovaggia > (quest'ultimo termine, pero', ha subito l'influenza della lingua letteraria). Probabilmente si deve leggere cosi' anche < vermeion > (francese antico VERMEILLON).

Sia il fonema sordo [ ts ] che il corrispondennte sonoro [ dz ] sono notati < c > davanti a [ e ], [ i ], e < ç > negli altri casi: < colcera > "materassa" [ kol´tséra ] (< latino CULCITRA), < lence > "panni di lino" [ ´lentse ] (< latino LINTEA), < Araça > "Arras, Arazzo" [ a´radza], < çoculi > "zoccoli" [ ´tsokuli ].

In ultimo, il fonema sordo [ k ] (la "c dura" di "cane, arco") è spesso notato < ch > in ogni posizione: < sachon > "saccone" [ sa´kon ], < archa >, < blancho >.

In nessun modo sono notate le vocali nasali o nasalizzate, cosi' come la "nasale faucale" tipica dei dialetti liguri (rappresentata modernamente nel genovese letterario con < nn- > : < fantinn-a > "ragazza nubile", < lûnn-a > "luna"). Altrettanto ignorata è la "u francese" (o tedesca; simbolo fonetico [ y ]), notata modernamente perlopiù < û >. Non sussite però alcun dubbio che tali fonemi fossero tutti presenti anche all'epoca.

Incerta è l'effettiva pronuncia della < -o> finale, sia nei sostantivi che nelle forme verbali. Da documenti poco posteriori alla dichiarazione, nei quali si trova già < -u>, si può inferire che il ligure d'allora avesse già questa sua tipica caratteristica. D'altronde l'incertezza grafica, ad esempio nel genovese letterario, perdura ancora oggi: chi scrive < lävo > e chi < lävu >, chi < ciæo > e chi < ciæu >. Lo stesso problema si ha con < o > in altre posizioni atone.

Nella pratica, si puo' ricostruire con relativa sicurezza l'effettiva pronuncia della "Dichiarazione di Paxia" nel seguente modo (espungendo le parti latine):

[ [ éj´paz'ja /... / ´kwando a´duši (viro meo da Ianua) ko´sta: /... /

In seve´l:ir (viro meo) di´spez'i /.../ (In septime) di´spez'i /.../

(Et) éj paz'ja (habeo de viro meo) kol´tséra una (et unum) uredz'er (et)

kar´pi:te due (et unum) man´tellu da´radza (cum une pellis) da´njèl:u

(et une altre) ´pel:e da´njel:u (et) gu´n:el:e /.../´yn:?a de bry´net:a

(et) ´yn:?a ver´gaða (et) dy:e albadz'´ie (et) un kover´tor (vetulo: [

vé´dzu ]) (et) ´kapa ´yn:?a (et) sa´kõn (et) ´paja (duo) de ´brage (et)

un kami´dz'otu (et) un sa´k:u (et) ´paja (duo) de ´tsokuli (et) ´paja

(duo) de ´kaltse (et) ´lentse /../ (et) ´yã a´njina (et) bar´ril dy:e

(et) ´yn:?a da´fa:r by´a:ða (et) ´mastra /../ (et) ´yã

´arka (et lectulo) ´ynu (et) ´yn?e te´dzojre (et) ´yã ´viðola (et)

bolen´tin /.../ ´ynu ´dzanku (et) ´ynu ´nejgru (et) ´yã ´boða ´rot:a (et

unum) kri´vel (et) paj´ro:l /.../ (et) la´vedzo /.../ (et) sku´del:e

/../ et ´yã ´séja (et) ´yã ga´l:éða (et dolii) /../ (et) ´yã ´tola

ðase´dér (et) ´nap:o /.../ (et pectini: [ ´pëteni ]) /../ dau´ral (et)

´altru ´pejten da´binde (et unum) tri´ðo:r (et) ´yã ´ts'esta (et unum)

man´tel:u deverme´jõn ke´ej ´portu (et) ´kan:e dape´ska:r (et) ´yã

´ska:la (et) bar´ril /-/ ´yã ´kala´vredz'e (et) ´gabje /.../ (et)

ista´ménja /...../ (et) a´nél:u /.../ dar´dzentu /..../ ke éj tru´vaj

interbar´ril (et) /.../ tres´péj / -- / (et) éj ´paz'ja (dedit ad viro

meo Iohannes /.../) (et) kover´tor /.../ ´nśvu ki´fo enkan´taðu /....(

(et unum) sa´kõn (et unum) len´tso:l da /...../ (et) u´ral /..../ da

/.../ (et) ´yã tu´aja /--/ (et) éj (debeo dare: [ ´dśvu da:]) pi´dz'õn

de´kasa ´lan:u /.../ (et sunt stada: [ e´sun sta:] ) /........./ (et) éj

(debeo dare: [ ´dśvu da:]) pi´dz'õn aðar:ígu dedete´sarve /.../ (et sunt

debita .......).

 

5.2 Il Ligure di 808 anni fa

La lingua usata nella "Dichiarazione di Paxia" ha tutte le caratteristiche di un dialetto ligure già ben formato in quasi ogni suo tratto distintivo, ed in possesso di una tradizione grafica che, all'epoca del documento, doveva già essere abbastanza salda. Certo è che, essendo la "Dichiarazione" ben anteriore al vero e proprio sconquasso fonologico che investi' i dialetti liguri circa duecento anni piu' tardi (dando loro il particolarissimo aspetto che hanno ancor oggi), essa non presenta ancora due tra le caratteristiche più salienti del ligure moderno, e che di converso rappresentano i due tratti fonologici più arcaici del documento:

1. L'eliminazione totale delle liquide [ l ] e [ r ] in posizione intervocalica ([ r ] anche in posizione finale):

Paxia Gen. mod. Latino

< tola > "tavola" < töa > TABULA-

< oreger > "guanciale" < oeggê > ORICULARIU-

< tesoire > "forbici, cesoie" < tesoïe > TENSORIAS

< dar > "dare" < dâ > DARE

2. L'affievolimento e poi la parziale scomparsa della dentale sonora [ d ] in posizione intervocalica (nel documento, forse, si era ancora alla fase affricata [ ð ] ). Tale fenomeno è particolarmente evidente nella terminazione < -ada> del participio passato femminile singolare, gen. mod. < -â>:

< vergada > "a righe" < vergâ > [*] *VIRGATA-

< stada > "stata" < stâ > [**] STATA-

[*] Ma in genovese moderno esiste anche < vergadda > "bastonatura", che mostra il fenomeno inverso (rafforzamento o aggeminazione).

[**] In genovese moderno di città si ha pero’ < stæta >. La forma < stâ > sembra sussistere ancora solo in qualche parlare rustico.

Il resto dei fenomeni fonetici presenti nella "Dichiarazione" trova riscontro esatto anche nelle parlate moderne, naturalmente tenendo conto della normale evoluzione temporale.

Per quanto riguarda la morfologia, il tratto più caratteristico ed arcaico della "Dichiarazione" è il mantenimento costante del passato remoto: < dispexi >, < costà >. Nella prefazione al "Nuovo vocabolario genovese-italiano" del Gismondi (pag. XV) si legge che il passato remoto era ancora usato nel XIX secolo, e che se ne trovano esempi scritti ancora nelle favolette di Martin Piaggio. Come è noto a chiunque conosca un dialetto ligure, il passato remoto è attualmente non più in uso, e sostituito ovunque dal passato prossimo (o passato composto); si tratta di una caratteristica comune a tutti i dialetti galloitalici.

 

5.3 Alcuni termini notevoli

Sarebbe impossibile, seppur interessante, analizzare lessicalmente il testo della "Dichiarazione di Paxia" parola per parola. Ci soffermeremo quindi solo su alcuni termini notevoli.

a) EI "io". Il ligure moderno usa soltanto la forma obliqua < mi >, che ha assunto anche funzione di soggetto. Nella Dichiarazione è presente questo assoluto arcaismo, peraltro non derivato direttamente dal latino EGO, ma dalla sua forma atona < e >, con la normale dittongazione in < ei > del ligure.

b) COLCERA "materassa, -o". E' il latino volgare CULCITRA-, a sua volta per il classico CULCITA "materassa". Il termine volgare (con la R) è alla base di tutti gli esiti neolatini: dalmatico < colkitra >, sardo antico < culkitra >, francese antico < coutre >, catalano < cócera >, spagnolo antico < cócedra > e, con metatesi, anche dell'italiano < coltrice >.

c) OREGER "guanciale". E' il latino volgare ORICULARIU- per il classico AURICULARIUM. Si confronti il genovese moderno < oeggë > e l'italiano < origliere > (francesismo).

d) CARPITE "panno pesante di lana". Probabilmente derivato dal participio passato del latino volgare CARPIRE (per il classico CARPERE), nel senso di "cardare la lana" (francese antico < charpir >). Il termine viene tuttora usato a Venezia e a Padova ( < carpet(t)a > ), ma con il significato di "gonnella".

e) ALBAXIE "di panno albagio, panno grossolano di lana". Antico termine di derivazione araba: < al-bats > "tela fine". Si ritrova anche in alcuni dialetti toscani antichi, p.es. il lucchese.

f) BUADA "bucato". Derivato da BUCATA-, a sua volta dal verbo germanico < *bûkôn > "lavare con la lisciva" (tedesco mod. < bauchen >). Nel termine cosi' com'è presente nella Dichiarazione, che presenta la caduta della velare intervocalica sonorizzata, ci dev'essere stata qualche evoluzione irregolare, senz'altro di natura locale savonese. I dialetti liguri moderni hanno regolarmente < bûgâ >.

g) MASTRA "madia". E' voce anche pisana e lucchese, di etimologia non chiara ma in qualche modo senz'altro connessa con il greco moderno < máktra >, di identico significato.

h) TESOIRE "forbici, cesoie". E' il latino volgare TENSORIA per il classico (forbices) TONSORIAE "forbici da taglio, cesoie". E' voce diffusa sia in Iberia (portoghese < tesouras >, < tesoiras >) che in altri dialetti italiani settentrionali: romagnolo < tusur >, pavese < tesoira > e piemontese < tisoira >.

i) VIDOLA. Termine dal significato oscuro. Potrebbe corrispondere al latino VIDULUS "baule", attestato gia' in Plauto; ma la parola non sembra essere stata tramandata in nessuna lingua romanza, tranne forse questo relitto nel savonese del XII secolo. Si tratterebbe dunque di un "baule da marinaio" o "da pesca", per tenervi gli attrezzi.

h) BODA. Altra forma oscura, ma probabilmente dal significato di "botte" sulla base dell'inventario latino-genovese del 1156: "unam botam...una bota ubi ponuntur omnes minutas res". Foneticamente, < bota > dal latino volgare BUTTE- sarebbe pero' impossibile, a meno di non ipotizzare una grafia irrazionale.

i) TRIDOR. Altro termine semioscuro, ma che rimanda ad un latino volgare TRITORIU- "strumento per tritare"; sarebbe dunque la "mezzaluna". Anche questo termine è attestato esclusivamente dalla "Dichiarazione di Paxia".

Ottobre 2001

 

 

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