Sonate d'intavolatura per organo e cimbalo


Dedica a Maria Teresa Strozzi

Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra,

questi primi parti che mi sono indotto a publicar con le stampe, quando si voglia riflettere alla mia insufficienza non saranno certamente degni di comparire sotto gl'auspici di V. E., il di cui pregio in ogni virtù ammirabile prende anche ornamento da una perfetta cognizione dell'armonia, talché io non potrò sfuggir la taccia d'ardito in** porre in fronte a quest'opera il nome dell'E.V.; ma il vantaggio che ne riporta a guisa delle pitture men felicemente condotte che talvolta appagano gl'altrui sguardi solo perché sono d'oro arricchite; et un ossequioso tributo di rispetto a quella parzialità con cui si è sempre degnata proteggermi, spero giustificheranno al possibile la temerità della mia intrapesa, come la mia obbedienza a** di lei comandi sempre più mi farà conoscere.

Il primo Gennaro 1716

D. V. E.

DomenicoZipoli

Umil.mo Dv.mo et Ob.mo Ser.re


Delle offese a vendicarmi

Aria

Delle offese a vendicarmi

Chiamo all'armi

Voi tiranni miei pensieri.

Esser miei più non potete

Se non siete

Di giust'ira armati arcieri.

Recitativo

Ma che giova al mio mal l'aspro furore della mente agitata?

Da Tarquinio oltraggiata del più fido onor mio,

L'antica luce estinguer sol potrà con pari sorte

L'ombra del mio onor, l'ombra di morte.

Sì, sì: Lucretia mora. Che se del viver mio

L'onesta face paragon en** addita,

Chi ha perduto l'onor perda la vita.

Aria

A morir chi mi condanna

Con sì barbaro destino?

Siete voi, nemiche stelle!

Perché allor con cor tiranno

Non toglieste al dio bambino

Gl'empi dardi e le facelle.

Recitativo

Se a vendicar l'offese questo ferro ch'io stringo

A svenar il crudel fiero non giunge,

Sveni quel sen ond'ei prese diletto.

Perché l'indegno oggetto

Col sangue suo non toglie il mio rossore,

Col sangue mio cancellerò l'errore.

Padre sposo da voi in quest'ultimo addio chiedo ristoro

Troppo, troppo mi duol che invendicata io moro

Aria

Recidasi, o numi,

Per darmi riposo,

Quel sen che tiranno

L'onor mi rubò.

Così si consumi

Chi verso il mio sposo

Con forza ed inganno

La fede oltraggiò.


Mia bella Irene

Aria

Mia bella Irene,

Sol da te viene

La dolce auretta

Del mio sperar.

Quando vezzosa

Sarai pietosa,

Ninfa diletta,

Non m'ingannar!

Recitativo

Sarà troppo dolore

Vedere in preda al vento

Le promesse d'amore.

Non v'è maggior tormento

Che coltivar tenera pianta e bella

Ch'allor che, fatta fiore, del suo cultor

Promette dolce tregua ai sudori,

Gettata è al sol da turbine nel vento.

Aria

Ma la speranza dice al mio core

Ch'il frutto al fiore egual sarà.

Nella costanza teme ch'il vento

Il suo contento mai turberà.


O Daliso, da quel di' che partisti

Recitativo

O Daliso, da quel di' che partisti,

la tua fedele abbandonata Irene,

tra crude e acerbe pene,

sospira i vaghi rai del tuo bel viso,

così sfogando i fieri suoi tormenti,

al fonte, al bosco, al prato, all'aura, ai venti!

Aria

Per pietade aure serene,

ad Irene

insegnate a sospirar.

Deh mostrate o fonti, o fiumi,

a' miei lumi

nuova idea di lacrimar.

Recitativo

Aure, fonti, sì, sì, voi sol potete

narrare all'idol mio

i miei crudi martiri,

or che lungi da me rivolge il piede;

e se il crudel non crede,

perché torni a colei donde partì,

dite, dite così.

Aria

Senti, o caro,

quell'auretta

vezzosetta:

sai cos'è?

È un sospiro del tuo bene!

Vedi, o caro,

quel ruscello

vago e bello:

sai cos'è?

Son le lagrime d'Irene!