Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra,
questi primi parti che mi sono indotto a publicar con le stampe, quando si voglia riflettere alla mia insufficienza non saranno certamente degni di comparire sotto gl'auspici di V. E., il di cui pregio in ogni virtù ammirabile prende anche ornamento da una perfetta cognizione dell'armonia, talché io non potrò sfuggir la taccia d'ardito in** porre in fronte a quest'opera il nome dell'E.V.; ma il vantaggio che ne riporta a guisa delle pitture men felicemente condotte che talvolta appagano gl'altrui sguardi solo perché sono d'oro arricchite; et un ossequioso tributo di rispetto a quella parzialità con cui si è sempre degnata proteggermi, spero giustificheranno al possibile la temerità della mia intrapesa, come la mia obbedienza a** di lei comandi sempre più mi farà conoscere.
Il primo Gennaro 1716
D. V. E.
DomenicoZipoli
Umil.mo Dv.mo et Ob.mo Ser.re
Delle offese a vendicarmi
Chiamo all'armi
Voi tiranni miei pensieri.
Esser miei più non potete
Se non siete
Di giust'ira armati arcieri.
Ma che giova al mio mal l'aspro furore della mente agitata?
Da Tarquinio oltraggiata del più fido onor mio,
L'antica luce estinguer sol potrà con pari sorte
L'ombra del mio onor, l'ombra di morte.
Sì, sì: Lucretia mora. Che se del viver mio
L'onesta face paragon en** addita,
Chi ha perduto l'onor perda la vita.
A morir chi mi condanna
Con sì barbaro destino?
Siete voi, nemiche stelle!
Perché allor con cor tiranno
Non toglieste al dio bambino
Gl'empi dardi e le facelle.
Se a vendicar l'offese questo ferro ch'io stringo
A svenar il crudel fiero non giunge,
Sveni quel sen ond'ei prese diletto.
Perché l'indegno oggetto
Col sangue suo non toglie il mio rossore,
Col sangue mio cancellerò l'errore.
Padre sposo da voi in quest'ultimo addio chiedo ristoro
Troppo, troppo mi duol che invendicata io moro
Recidasi, o numi,
Per darmi riposo,
Quel sen che tiranno
L'onor mi rubò.
Così si consumi
Chi verso il mio sposo
Con forza ed inganno
La fede oltraggiò.
Mia bella Irene,
Sol da te viene
La dolce auretta
Del mio sperar.
Quando vezzosa
Sarai pietosa,
Ninfa diletta,
Non m'ingannar!
Sarà troppo dolore
Vedere in preda al vento
Le promesse d'amore.
Non v'è maggior tormento
Che coltivar tenera pianta e bella
Ch'allor che, fatta fiore, del suo cultor
Promette dolce tregua ai sudori,
Gettata è al sol da turbine nel vento.
Ma la speranza dice al mio core
Ch'il frutto al fiore egual sarà.
Nella costanza teme ch'il vento
Il suo contento mai turberà.
O Daliso, da quel di' che partisti,
la tua fedele abbandonata Irene,
tra crude e acerbe pene,
sospira i vaghi rai del tuo bel viso,
così sfogando i fieri suoi tormenti,
al fonte, al bosco, al prato, all'aura, ai venti!
Per pietade aure serene,
ad Irene
insegnate a sospirar.
Deh mostrate o fonti, o fiumi,
a' miei lumi
nuova idea di lacrimar.
Aure, fonti, sì, sì, voi sol potete
narrare all'idol mio
i miei crudi martiri,
or che lungi da me rivolge il piede;
e se il crudel non crede,
perché torni a colei donde partì,
dite, dite così.
Senti, o caro,
quell'auretta
vezzosetta:
sai cos'è?
È un sospiro del tuo bene!
Vedi, o caro,
quel ruscello
vago e bello:
sai cos'è?
Son le lagrime d'Irene!