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LUNA ROSSA, LUNA DI AUCKLAND di Nantas Salvalaggio (continua dalla Prima Pagina)

A quell’ora alcuni milioni di italiani stavano incollati alla tivù, con un rospo in gola e gli occhi abbottati di sonno. E’ stata la gara più emozionante dell’anno. Ma che dico? Forse una delle più belle competizioni in assoluto. L’esito è stato appeso a un filo fino all’ultima boa.
Ma questa clamorosa vittoria della barca e dell’equipaggio italiani va molto al di là della pura emozione sportiva. E’ la prima volta, nei centocinquant’anni che si corre la America’s Cup, che la sfida al detentore della coppa viene lanciata da uno skiper e da una squadra ‘made in Italy’. Nella lunga storia del ‘match racing’ si erano per lo più incontrati equipaggi inglesi, americani, australiani. Ma dalle sponde del Bel Paese, che pure ha dominato nei secoli con le galee di Venezia e di Genova, non salpava neppure l’ombra di uno scafo. E anche quando Raul Gardini armò il ‘Moro di Venezia’, per puntare in alto dovette ricorrere a uno skipper straniero, di lungo corso e di vasta esperienza: quel Paul Cayard dall’innegabile carisma, battuto l’altra notte dagli uomini di casa nostra.
Per valutare appieno il prodigioso ‘exploit’ di ‘Luna Rossa’ è necessario riflettere sulla sofisticatissima tecnologia che sta alle spalle (e nella pancia) di barche così moderne e competitive. Tutto a bordo è computerizzato. E non è certo un mistero il fatto che gli americani della Silicon Valley californiana siano all’avanguardia nel campo dell’informatica. Perfino i giapponesi riconoscono di avere un ritardo di dieci-quindici anni.
L’altro fattore determinante nella vittoria della barca italiana è stata l’organizzazione dello sponsor, il patron di ‘Prada’: una preparazione meticolosa e inflessibile che un tempo si sarebbe definita ‘teutonica’. Il signor Patrizio Bertelli, a dispetto del suo carattere apparentemente ispido e tumultuoso, ha saputo preparare i suoi uomini con un progetto a lungo respiro che è durato più di tre anni. Per tre lunghi anni, l’equipaggio di ‘Luna Rossa’ ha navigato e gareggiato nei vari mari del mondo come una ‘task force’ militare, come un plotone di marines con le salsamenterie e le famiglie al seguito.
Dietro l’equipaggio di ‘Luna Rossa’, dietro quei venti e passa atleti che hanno i muscoli e la resistenza di acrobati o sollevatori di peso, ci sono le mogli e i figli piccoli, che di paese in paese, di porto in porto, hanno frequentato scuole e ambienti diversi.
Faceva un certo effetto, nella frenetica fase finale della regata, sentire in sottofondo i ragazzini della ‘Compagnia della Luna Rossa’, che a bordo di un battello a motore urlavano a squarciagola: ‘Prada go, cha-cha-cha!”
Adesso gli ‘eroi’ di Luna Rossa si preparano all’ultimo assalto, la sfida con i detentori neo-zelandesi della America’s Cup, gli uomini del ‘Black Magic’. Ci aspettano altre notti di emozioni, di ansie e di unghie mangiate. Ma nel frattempo, come dicevano i vecchi maestri dei liceo, “dovremmo imparare da questa impresa sportiva una lezione di vita”. E la lezione è questa: quando la fantasia degli italiani si sposa a un progetto concreto, a un obiettivo che vale, non c’è ostacolo che li spaventi.
E’ probabile che Paul Cayard abbia commesso un errore fatale (una scivolata di cattivo gusto) quando ha affermato che “la barca italiana è una macchina perfetta, ma il team di American One ha dalla sua il ‘fattore umano’”. Come a dire, noi siamo più tosti e più bravi.
Ebbene, il ‘fattore umano’ di Luna Rossa ha risposto per le rime.
Ma chi vince, quando ha classe, è generoso. E mi dicono che Francesco De Angelis si sia commosso quando ha visto che Paul Cayard cercava di consolare con un abbraccio il figlioletto in lacrime, sconvolto per la sconfitta appena subita.