Per amore non solo per amore - Gianni Riotta
Effe - 1997
 

Per scrivere all'alba su una vecchia macchina da scrivere, bisogna
appoggiare l'Olivetti su un cuscino: così il ticchettare dei tasti non
sveglierà nessuno dalla cucina. Il lapis non è veloce come la biro, ma
raccoglie bene impressioni, appunti. Le note scritte con il lapis si
mantengono a lungo, ma a distanza di anni assumono un contorno sfocato, come
i ricordi.
Dettare direttamente dentro un piccolo registratore va bene per
appuntamenti, ma lo scrittura che ne risulta è troppo "choppy", spezzatino.
Si può scrivere sui sacchetti distribuiti negli aeroplani in caso di vomito
da mal d'aria. Ma sono incerati, i pennarelli scivolano. Ci vuole una biro,
che scava un graffito nella carta grassa. I quaderni a quadretti confondono.
La carta riciclata è pura, ma la penna scorre male e il grigiore da stracci
intristisce. Non ho mai saputo scrivere sui block notes gialli, carissimi
agli americani. Per 99 centesimi (1500 lire) vendono a New York dei
minuscoli quaderni con la copertina grigia e bianca, che le tasche ingoiano
senza sformarsi. Nel bel mezzo di un party, potete tirarli fuori,
nasconderli nel palmo della mano e scrivere. Scrivere sui libri è utile, le
note restano lì e le successive letture vi testimoniano di quando eravate
più giovani del Principe Andrej, al primo incontro con Guerra e pace, della
felice stagione di quando leggevate da coetanei del principe e dell'ultima,
recente lettura, in età da poter essere padri dell'eroe di Tolstoj. In treno
si scrive bene, in auto no. Di ritorno dal funerale di Grazia Cherchi,
sepolta in un piccolo e bellissimo cimitero nei pressi di Piacenza, ho
scritto a getto una recensione, perché ero in ritardo col giornale e per non
pensare. Un ricordo livido.
Seguendo la finale dell'America's Cup, con il Moro di Venezia di Raul
Gardini prima barca italiana, un amico velista mi convinse a portare il
computer e a scrivere in mare. Le righe mi ballavano sotto gli occhi per le
onde lunghe, mandai il pezzo a Milano e mi scusai verdastro precipitandomi
verso il bugliolo sottocoperta. Dopo la vittoria, chiesi a Gardini se quella
fosse la sua rivincita. Guardava con gli occhi fissi, la camicia bianca
aperta, gettava cicche nell'oceano Pacifico. Nemmeno un anno dopo si sparò.
Ho scritto su un aereo in volo da Kiev, tenendo piedi su una gabbia con i
polli. Da una terrazza caraibica tempestata di colpi d'arma da fuoco in una
bella giornata, durante un colpo di stato estivo a Trinidad. Finito
scrivere, attraversato un bosco di palme per trasmettere le righe, tra posti
di blocco coi machete ("Schillaci? Italiano calcio? Passare"), precaria
telefonata a Milano. "Ma che ci fai ancora là? Torna, non lo sai? Saddam ha
invaso il Kuwait". Ho scritto per pagare l'affitto, per convincere mia
moglie, per farmi perdonare da mia madre, per ricordare un'amica che aveva
infilato la testa nel forno. Non c'è giornata della mia vita, credo, in cui
non abbia impugnato una penna, pestato sulla Valentina Olivetti rossa o
usato un computer, dischetti grandi, piccoli, disco rigido. Ho scritto per
Internet, sulla rivista Golem e ho scritto libri. Quando mi capitò di
pubblicare il primo, lessi delle recensioni, tutte buone per fortuna e
generosità dei critici, che spiegavano come una scrittura, quella dei
giornali, si distinguesse dall'altra, la narrativa.
Poi ho scritto scalette per un programma Tv che una sera visto da un
italiano su tre. Gente laureata numismatica bizantina e analfabeti.
Componevamo frasi che dovevano parlare a tutti. A scrivere si impara. Si
impara leggendo gli altri scrittori e le altre scrittrici. Amandoli e
detestandoli. Poi non si legge più per imparare ("che disgusto uno scrittore
che legge, come un cuoco che mangia") ma per capire. E allora si impara da
una battuta al cinema, dai pensieri che ti passano in testa quando rifletti
se quel coltello che ti hanno puntato addosso veramente scannerà o no. Viene
il giorno in cui devi prendere una decisione qualunque della tua vita, e ti
accorgi che non sai prenderla se non scrivendo. Peppuccio Tornatore mi
raccontò una volta che quando scrive la sceneggiatura di un film, davanti
qualunque problema della vita pensa: "Come lo affronterebbero i miei
personaggi? Che farebbero?". Così riscrivo i libri degli altri. Guerra e
pace adesso lo finisco quando il principe Andrej, ferito a morte, reincontra
Natascia. La sua agonia e il matrimonio con Pierre li salto. E nel Grande
Gatsby mi fermo a pagina 162, l'addio tra Nick e Jay Gatsby, prima della
morte del gangster gentile. Spero che i due amici se la battano insieme, che
la vita fortissima dei Pierre e dei Tom sia vinta, nel mio saltare pagine,
dalla bellezza e dalla dignità di Andrej e Gatsby. Graham Greene diceva di
scrivere cinquanta righe al giorno, non importa quanto stanchi, indaffarati,
a pezzi, delusi, ubriachi, indebitati. Cinquanta righe, il colonnino di un
giornale, tremila colpi soffici sulla tastiera Ibm, tremila bastonate sulla
vecchia Olivetti, tre pagine di quaderno.
Un libro all'anno. Da noi invece la tradizione crociana insegna che scrivere
è attività del Genio. E il Genio, insegna Wittgenstein, è come Beethoven che
scriveva musica senza bere né mangiare, senza lavarsi, sporco, grattandosi
le croste e insanguinandosi la faccia, aprendo la porta alla padrona di casa
spaventata per l'assenza, ormai stravolto, ridotto un mostro. "Ecco il
Genio!". Forse. Per me il genio è un signore o una signora che si alzano al
mattino, preparano la colazione ai familiari, portano il bambino a scuola o
telefonano ai figli, pagano le tasse, leggono il giornale, si indignano per
un fatto lontano da loro, poi scrivono, senza drammi da genio, ma col
coraggio di faticare da esseri umani. Capite? C'è una vecchia poesia
latinoamericana, pubblicata tanti anni fa, la cito a memoria: quando ho
saputo che mi avevi tradito con un altro mi sono precipitato a casa a
scrivere questo articolo contro il governo per cui, adesso, mi trovo in
galera. L'amore e la politica sarebbe niente, se non attivate dalla
scrittura. Tradito, l'amante non prende la pistola né la spada. Scrive. E
per riconquistare l'amante, attacca il governo e va in cella, per amore e
per dovere. La scrittura è questo, un dovere e un amore. Senza il dovere,
troverete sempre altro da fare, qualcosa di più gratificante e facile. Ci
sono tanti libri, anche classici, scritti senza dovere. Sono libri
smidollati, pagine di narcisismo, che tolgono al lettore, anziché dare, che
smuovono verso l'ansia, l'invidia. Ci sono anche tanti libri senza amore:
magari vengono adottati nelle scuole, magari sono magnifici, ma il solo
dovere, la sola maestria, la mancanza di speranza nel lettore, di amore,
sciupano la bravura, svaporano il genio. Amore e dovere sono roba faticosa.
Scrivere è niente, è pensare che le proprie pagine vengano lette, continuino
nella testa dei lettori, a pesare. Qualche anno fa morì Davide Visani, un
signore che non ho mai conosciuto. Di mestiere faceva il parlamentare e
toccò ad Achille Occhetto pronunciare l'orazione funebre. Visani era
giovane, in gamba e un cancro lo aveva travolto in fretta. Sul suo capezzale
Occhetto trovò un mio libro, con frasi sottolineate e lo citò nel discorso.
Visani nelle ore estreme, aveva cercato risposta ai dubbi e all'angoscia,
leggendo qualcosa che io avevo scritto. E dove? In aereo, in cucina, sul
retro di una busta? Quando un mio amico mi raccontò della vicenda, rimasi
senza fiato. Io avevo scritto per piacere, per ambizione, per un contratto,
per pagare l'affitto, per reggere alle mie angosce e quelle pagine lontane
erano state chiamate a quella prova micidiale. Avevano retto? O avevano
tradito quel lettore così generoso? Mestiere complicato. Alla lunga capite
che ogni parola conta, ognuna verrà letta e vi verrà rinfacciata, magari
venti, trent'anni dopo. Mi ricordo che un'estate, da bambino, vidi sul muro
di una parrocchia, l'appunto di un prete che si apprestava a dire messa.
Fuori c'era un gran caldo e un gran sole, in chiesa era fresco, poca gente,
tutti al mare o a casa. Il prete era giovane, simpatico e sfortunato. L'
appunto che teneva sotto gli occhi diceva: "Ricordati di celebrare ogni
messa come se fosse la tua prima e la tua ultima". Mi viene in mente adesso
che dovrei attaccare al video dell'Ibm, ai sacchetti per il vomito, ai
quaderni a righe, la stessa frase: "Ricordati di scrivere ogni riga come se
fosse la tua prima e la tua ultima", come se dovesse dare conforto a chi
nasce e a chi muore.